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:: STORIE DI VIOLENZA E RITI DI NONVIOLENZA, di IGNATIUS JESUDASAN   PDF  Stampa  E-mail 

STORIE DI VIOLENZA E RITI DI NONVIOLENZA

IGNATIUS JESUDASAN

L'autore è attualmente membro dello staff del teologato regionale dell'Arul Kadal in India. Ha pubblicato La teologia della liberazione in Ghandi , Cittadella 1986. L'articolo è tratto da Vidyajyoti , marzo 2005.


DAL PASTO PASQUALE EBRAICO ALL'ULTIMA CENA

L'Ultima Cena è semplicemente l'ultimo pasto festivo cerimoniale cui Gesù prese parte con i suoi discepoli la notte che precedette la sua tragica morte. Come Socrate prima di lui, Gesù fu ufficialmente condannato a morte come un criminale. Conformemente alla pratica ebraica di contare l'inizio del nuovo giorno partendo dalla sera, l'Ultima Cena e la Crocifissione sono celebrate nello stesso giorno. Gesù celebrò il pasto pienamente consapevole di tutto ciò che entro le successive settantadue ore lo avrebbe aspettato.

I cristiani fanno del pasto un momento rituale dell'evento pasquale: la morte, che sarebbe avvenuta l'indomani, tecnicamente parte nello stesso giorno, e la risurrezione sono associate al terzo giorno. Per questo, come dicono i Vangeli, Gesù istituì il pasto e ne comandò la sua osservanza in memoria della sua morte. C'è un significato di continuità tra l'istituzione di Gesù e il pasto pasquale ebraico che Gesù celebrò con i suoi compagni ebrei. Ma poiché venne a significare la sua morte e risurrezione, il pasto pasquale acquistò una nuova dimensione.

Col pasto pasquale il popolo d'Israele celebrava il suo giorno natale come nazione indipendente e sovrana, liberata dalla schiavitù del faraone d'Egitto. Per ottenere ciò aveva dovuto combattere sotto la guida di Mosé 1300 anni prima dell'era cristiana. Successivamente Mosé comandò agli israeliti, in nome di Dio, di celebrare l'evento con un pasto a base di carne di agnello sacrificale, pane azzimo ed erbe amare nel primo mese del loro calendario. Oltre ad essere una dieta equilibrata, ognuno di questi cibi evocava una memoria storica oltre che avere un significato simbolico: l'offerta del sangue dell'agnello era sì un atto religioso, ma politicamente simboleggiava le vite di tutti i figli d'Israele sacrificate dai faraoni. Ogni vita perduta nel corso della lotta per la libertà fu simbolizzata dall'agnello, mentre il pasto significò il sacrificio a Dio accettato dalla nazione per la propria libertà. In breve, la nazione d'Israele era nata da una lotta violenta e questa fu ritualmente simbolizzata nel sacrificio dell'agnello pasquale.

Istituendo la memoria della sua morte nello stesso giorno e nella stessa celebrazione della cena pasquale nazionale ebraica, Gesù e i suoi discepoli dichiararono simbolicamente la loro nuova nascita in Dio e l'esistenza di una comunità cristiana separata e indipendente dalla religione ebraica. Questo atto rappresentava il loro contro-giudizio alla sentenza di morte emessa a carico di Gesù. Tale verdetto significava disconoscere l'appartenenza, scomunicare e condannare il vero leader ed eroe spirituale della sua lotta di liberazione dalla crudele schiavitù dei romani. La comunità ebraica aveva sconfessato il “nuovo Mosé” ed i suoi predecessori: Davide, Mosé e Abramo. Essa poteva mondare sé stessa da questo peccato solo mediante il sangue versato dallo stesso Gesù crocifisso dalla comunità che lo aveva giudicato e respinto. Egli ha quindi preso il posto dell'agnello sacrificale del rito pasquale e di tutti gli altri animali offerti nel tempio d Gerusalemme. Ma Gesù ordinò che il suo sacrificio volontario fosse riassunto nella simbologia vegetariana del pane e del vino.

LA TRASFORMAZIONE SIMBOLICA DEL SACRIFICIO

È significativo che tutte le feste che riguardano commemorazioni storiche, come tutte le celebrazioni agricole stagionali, si concludano con un pasto rituale. Un pasto festivo rituale è comunitario: il gruppo lo prepara e lo consuma nello stesso tempo e nello stesso modo. È un atto commemorativo simbolico di un evento di grande importanza per la vita comunitaria e per la storia. In occasione di ogni pasto e di ogni consumo di cibo, la vita - vegetale o animale, o entrambe - è sacrificata a vantaggio della forza, della salute e della prosperità di un'altra vita. L'inevitabile sopravvivenza mediante il consumo di cibo implica un sacrificio violento. Ma è anche evidente come il consumo di carne, che iniziò con i cacciatori e i pastori, rappresenti un grado di “violenza inevitabile” più elevato, mentre quello di cereali e vegetali, caratteristico delle civiltà agricole, ne indichi uno sicuramente inferiore.

Nel pasto festivo viene quindi richiamato e celebrato ritualmente un evento storico violento, che successivamente diventa un'azione di legittimazione retrospettiva di una violenza storica accaduta nel passato, anche se la comunità la vede come provvidenzialmente inevitabile. Questo equivale a dire che Dio non aveva impedito e addirittura non poteva impedire che la violenza si manifestasse. Ma la trasformazione di un avvenimento sanguinario in sacrificio festivo e dalla violenza del mangiare carne alla celebrazione in cui non viene versato sangue, è un passaggio simbolico da una violenza maggiore a una minore.

Bisogna sottolineare qui tre aspetti: la nazione ebraica era nata da una violenta ritorsione teologicamente legittimata, nata per contrastare la violenza inflitta a loro danno dal faraone; inoltre, anche se non immediatamente e violentemente ritorsiva, la nascita del cristianesimo trae origine dalla violenza che ha patito il suo fondatore Gesù da parte della sua stessa comunità ebraica, e che è stata poi subita dai suoi stessi seguaci; infine l'evento violento della fondazione mediante un simbolo non violento o meno violento, mentre gli eventi più violenti sono rappresentati da atti rituali simbolici meno violenti.

L'ATTO VIOLENTO DELL'ANGELO

Se il modello, nella rituale simbolizzazione della storia, è dal più violento al meno violento o nonviolento, sorgono delle questioni circa la natura e la violenza dell'evento che la cena pasquale ebraica ha richiamate. I modelli che sto evidenziando si trovano nell'intero capitolo 12 dell'Esodo, in particolare nei versetti 21 - 36. Questo capitolo è composto da tre parti: la prima narra delle istruzioni che Dio dà a Mosé e ad Aronne a riguardo dell'ultimo mese e l'ultimo giorno della permanenza del popolo ebraico in Egitto; nella seconda Mosé trasmette le stesse istruzioni ai capi delle tribù che compongono il suo popolo; infine la terza racconta ciò che fece il popolo in obbedienza alle istruzioni e il risultato che ne conseguì: la liberazione dalla servitù egiziana.

La parte più violenta di questa memoria storica si trova nei versetti 11 e 21, 21 - 23 e 29. In questi i fanciulli d'Israele vengono ammoniti affinché non escano dalle loro case quella notte perché il Signore scenderà sull'Egitto colpendo tutti i primogeniti degli egiziani: passerà sulle case del popolo d'Israele che avrà contrassegnato gli stipiti delle porte con il sangue degli agnelli sacrificali. Questo avvertimento di Dio a Mosé venne a manifestarsi a mezzanotte. Infine il versetto 36 narra che “così essi spogliarono gli Egiziani”, prima che il faraone al mattino presto ordinasse a Mosé di lasciare l'Egitto con tutta la sua gente e il loro bestiame.

Sospetto che in questi versetti “il Signore” o il suo “angelo” siano delle espressioni eufemistiche con le quali l'autore cerca di nascondere un atto di violenza con cui gli ebrei avevano colpito ogni casa degli egiziani. “Così essi spogliarono gli Egiziani”, e il riferimento temporale della mezzanotte sembra nascondere e contemporaneamente rivelare l'avvenimento. Dato che le cosiddette “dieci piaghe naturali” non riuscirono a intenerire il cuore del faraone nel lasciare andare il popolo d'Israele, allora è probabile che il testo biblico legittimi teologicamente un atto terroristico di matrice umana come inevitabile violenza, presentandola come atto di Dio o di un suo angelo. Questa interpretazione sembra in linea con successive azioni di guerra e di terrore che le tribù d'Israele compivano, mentre vagavano, ai danni dei popoli attraverso le cui terre passarono.

STORIE DIMENTICATE

Questa narrazione diplomaticamente cauta si armonizza bene con la rappresentazione rituale degli stessi eventi storici. Tale pratica non sembra essere stata l'unica nell'ambito dei popoli e delle culture semitiche. L' Enciclopedia Britannica ricorda come la tragedia e la commedia evidenzino un modello simile nel teatro greco. Ora, se le religioni classiche basate sul rito, il teatro secolare basato sulla religione e la letteratura sulla storia, convergono su una identica prassi, dev'essere perché furono tutte governate da un unico e identico canone: quello di non rappresentare la violenza mediante la sua riproduzione, ma alludendovi con una minima espressione di sangue, anche nelle forme simboliche.

D'altra parte notiamo che la violenza non è sottaciuta, ma esteticamente allusa oltre che teologicamente giustificata. Inoltre osserviamo che non viene rappresentata o riportata da nessuna parte in modo realistico, diversamente da quanto avviene oggi con il giornalismo. La differenza tra le rappresentazioni classiche e il moderno reportage sembra basarsi sulla confusione tra verità e fatto, e sulla sostanziale violenza alla verità (realismo). Il realismo ci rende più sinceri? I fatti e la verità sono reciprocamente scambiabili? Un fatto avvenuto ieri o oggi sarà un fatto anche domani? Non è, o non dovrebbe essere, convertibile? Un riferimento temporale o passato è adeguato alla definizione della verità? Le verità non trascendono il tempo della loro scoperta o fattibilità ed esercitano un'influenza sul futuro? Qual è il tipo d'impatto che il concetto realistico di verità vuole o vorrà esercitare sul futuro? Che tipo di futuro sta modellando? Sta creando un futuro di pace o di maggiore violenza e di guerra, raccontando ogni cosa nel suo pieno e non limitato realismo?

L'implicazione sembra essere che i media realisti-sensazionalisti siano impegnati a creare un mondo a loro stessa immagine, dove il loro valore di vendita è aumentato al prezzo di sommergere il mondo con il racconto dei maggiori crimini e violenze. In contrapposizione a ciò, gli antichi rappresentavano saggiamente il crimine e la violenza in forma simbolica cosicché questi divennero progressivamente cose del passato piuttosto che della storia futura.

Se è vera l'implicita accusa dei cristiani nei riguardi di Israele ed i suoi leader per il fatto che hanno mancato di far tesoro della loro esperienza di schiavitù e liberazione, noi, come Chiesa e cristiani, abbiamo vissuto in conformità alle profonde lezioni riguardanti il perdono e l'amore nonviolento di Dio che Gesù insegnò dalla croce sulla quale morì? Che tipo di futuro modelleranno le nostre teologie della liberazione?

IGNATIUS JESUDASA 


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