JESI, DA CITTÀ DI PACE A COMUNITÀ DI PACE Come già annunciato su queste pagine, ha fatto tappa a Jesi la Carovana della Pace promossa dalla Famiglia Missionaria Comboniana ed è stata per molti occasione di conoscenza, scambio, crescita umana e spirituale. Al loro arrivo a Jesi, il 14 settembre scorso, i tredici carovanieri sono stati accolti da don Nello Barboni nei locali della Caritas Diocesana ed hanno pranzato con il Vescovo Padre Oscar ed alcuni ospiti abituali. Nel pomeriggio, in Piazza della Repubblica, insieme alla "tremenda" voglia di vivere dei ragazzi della Comunità Exodus, si sono intrecciati i volti e le voci di Nsima Udo Umoren (consigliere provinciale aggiunto), Djibril Sow (Comunità Senegalese), Armand Nuraj (Comunità Albanese), Fateh Jameleddine (Osservatorio Migranti), che hanno descritto la condizione di immigrato in Italia ed in Vallesina, sottolineandone luci ed ombre. La rappresentazione teatrale "Sulle Tracce" ha poi concluso la serata, con un invito a vivere la vita in pienezza, senza fuggire il dolore, senza cercare di essere qualcun altro, senza nascondersi dietro una maschera. Il 15 mattina la Carovana si è sparpagliata per incontrare alcune classi delle scuole superiori che ne avevano fatto richiesta e parlare insieme delle disuguaglianze nord-sud, della guerra, dei diritti umani e della povertà. Nel pomeriggio, dopo il pranzo nella Casa CrossRoads presso il Seminario dove alloggiavano, i Carovanieri hanno visitato alcuni dei segni di speranza presenti nel territorio della Vallesina: il Telefono Azzurro, il Punto Buon Giorno promosso dall'ACLI, la comunità terapeutica dell'Oikos a Serra de' Conti, la casa-famiglia dell'Associazione Papa Giovanni XXIII a Castelbellino, il Gruppo di Solidarietà di Moie. Di queste realtà e della loro storia si sono messi in ascolto ed hanno fatto tesoro, portandoli nel cuore fino a Nola dove la Carovana si è conclusa il domenica scorsa. Alle 18.30 la Chiesa di san Massimiliano Kolbe si è riempita per un semplice ed intenso momento di preghiera, in cui le parole di Carlo Urbani, poste a commento di brani di Vangelo, ci hanno invitato a "vivere una vita di sapore, consapevolezza e amore", in cui ci sforziamo di sdebitarci con Dio per la sua generosità nei nostri confronti lasciando che i nostri "talenti producano germogli e piante...", senza spazio per la superficialità, l'indifferenza, l'ipocrisia. Dopo la cena, generosamente offerta dalla parrocchia per i carovanieri e tutti coloro che hanno collaborato, la serata è proseguita alla Palestra Carbonari. Alla serata "convocatoria", condotta da Marco Oggioni, presidente della Consulta per la Pace del Comune di Jesi che ha patrocinato e favorito in ogni modo l'iniziativa, erano presenti più di duecento persone, di fronte alle quali si sono alternati i testimoni locali e della Carovana. Ad iniziare è stata proprio una giovane carovaniera, Federica Bossi di Pesaro, che ha invitato la città all'accoglienza, affinché "a Jesi nessuno si senta escluso". Fabio Ragaini, del Gruppo di Solidarietà di Moie, ha sottolineato l'importanza, per chi fa volontariato, di "assumere il punto di vista delle persone in difficoltà" e di cambiare il proprio comportamento, mettendo al centro i bisogni di coloro che non riescono a tutelarsi da soli. Ha inoltre ricordato la necessità di spronare le istituzioni affinché garantiscano (e non "concedano" come fossero privilegi) i diritti fondamentali ai più deboli. Don Aldo Buonaiuto, dell'Associazione Papa Giovanni XXIII, ha esordito con una provocazione: "Come si fa a dire PACE quando non è per tutti?" ed ha richiamato la condizione di disperazione delle 70.000 schiave sulla strada in Italia, del crescente numero di persone che cerca conforto nell'occultismo e nelle sètte che ne derivano, degli anziani abbandonati dai figli negli ospizi. A questo punto c'è stato un toccante intervento di una giovane, liberata dalla schiavitù della prostituzione, che ha raccontato la sua storia di disperazione e di rinascita. La parola è passata ai testimoni della Carovana, con il contributo di Valdeci Antônio Ferreira, laico comboniano del Brasile, direttore di un carcere con 120 detenuti senza agenti armati, nei pressi di Belo Horizonte. Ha raccontato la triste condizione di sovraffollamento delle carceri che è la stessa nel Primo, nel Secondo e nel Terzo Mondo, e il conseguente aumento della criminalità che ne deriva. Con la metodologia della fiducia e dell'amore, egli è riuscito a responsabilizzare i suoi detenuti, che hanno persino le chiavi delle loro celle, e ad avere un'alta percentuale di recupero. Ha ricordato il lupo e l'agnello che lottano continuamente nel cuore di ciascuno di noi, e come non c'è delitto che nessuno di noi non potrebbe compiere, così non c'è nessun carcerato che non si possa recuperare, perché spesso "il crimine è il dolore portato all'estremo". Infine Giuliana Martirani, docente di Geografia Politica all'Università di Napoli, moglie e mamma, ha invitato, con le parole di Lidia Menapace, a "mondare la Storia", ricordando che "ogni atomo di odio aggiunto al mondo contribuisce a renderlo peggiore". Al dilagare contemporaneo dell'odio concorre quella che la Martirani definisce "sindrome di Caino o della primogenitura": il voler "essere i primi a ... ". A discapito di chi? Per questo ha invitato a seguire la via indicata dal Salmo 85. I gruppi incontrati nel pomeriggio e le associazioni della Consulta presenti si sono scambiati tra loro e con la Carovana un segno che le rappresentasse, poi i Carovanieri stessi hanno "unto" i presenti con l'olio d'oliva di Limone sul Garda, paese natale di San Daniele Comboni da cui la Carovana è partita, richiamando il significato biblico dell'unzione come "missione", invio a costruire una "Vita piena per tutti", o, se volete, il Regno sognato da Dio. Maria Anderlucci |