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«In
principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e
deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio
aleggiava sulle acque». Cielo, terra, acqua. Nel primo versetto
della Genesi, Dio crea ciò che sta in principio. Terra informe e
deserta, cielo e acqua.
Non diversamente, in molte altre
civiltà e religioni, l’acqua sta all’inizio. È principio
generatore, origine della vita, elemento primigenio. Per il filosofo
greco Talete è all’origine di tutte le cose; nella lingua sumera
«a» significa sia «acqua» che «generazione». Per gli indù, il
Gange è una dea, mentre per le religioni afroamericane molte
divinità sono acquatiche. In Cina l’acqua è all’origine del
caos da cui si è generato l’universo, nello scintoismo giapponese
viene usata per i riti di purificazione di persone o luoghi. Non
diversamente, in molte altre religioni l’acqua è utilizzata nelle
abluzioni rituali (ebraismo, islam...) o è simbolo di purificazione
e benedizione di Dio (cristianesimo).
«Insieme con tutte le
religioni», evidenzia monsignor Karl Golser, vescovo di
Bolzano-Bressanone, presidente dei Teologi moralisti italiani, molto
sensibile ai problemi ambientali, «la Chiesa cattolica è chiamata a
evidenziare e testimoniare attraverso la propria teologia e liturgia
i ricchi significati dell’acqua, che è collegata con la vita
stessa. D’altra parte, deve poter offrire nella propria dottrina
sociale dei principi e dei valori che si rifanno alla natura stessa
della persona umana e della società». Nelle Sacre Scritture, fa
notare monsignor Golser, «l’acqua è vista come elemento che
permette la vita, ma anche come minaccia per ogni vivente. È dono
prezioso e scarso in terra arida: purifica e guarisce, disseta l’uomo
ed è immagine di Dio che disseta la sete dell’anima. L’acqua ha
la forza di spegnere il fuoco, sia in senso materiale che spirituale,
ed è simbolo per la vita eterna. Infine, nella liturgia cristiana,
l’acqua ha fondamentale importanza, soprattutto per il battesimo.
Il battesimo con l’acqua e lo Spirito Santo redime dai peccati e
unisce al mistero di Cristo morto e risorto».
L’acqua, dunque, conserva un
grande valore simbolico per i cristiani, così come per molte altre
culture, religioni e civiltà, ma essa rappresenta anche un bene
primario fondamentale e irrinunciabile per la sopravvivenza.
Sopravvivenza di popolazioni sempre più numerose, di società sempre
più complesse, di ecosistemi sempre più messi a dura prova. Le
acque dolci presenti sul pianeta rappresentano solo il 3 per cento
del totale (e due terzi sono costituite da ghiacciai e nevi perenni).
E la distribuzione non è propriamente uniforme, anzi. Una decina di
Paesi concentrano il grosso della disponibilità idrica planetaria:
dal Brasile alla Russia, dal Canada al Congo, dagli Stati Uniti
all’Indonesia, solo per fare alcuni esempi. L’utilizzo riguarda
soprattutto l’uso agricolo (60 per cento), quello industriale (25
per cento) e quello domestico (15 per cento). Ma anche in questo caso
non siamo tutti uguali: mediamente una persona avrebbe bisogno di 50
litri di acqua al giorno, ma un abitante degli Stati Uniti ne consuma
425 (un italiano 237), mentre un cittadino del Mali o del Madagascar
arriva a mala pena a 10.
Attualmente
1,4 miliardi di persone vivono in una situazione critica per quanto
riguarda l’accesso all’acqua potabile, mentre altri 2 miliardi
sono al limite della sufficienza. A ciò si aggiunga che 2,4 miliardi
di persone non ha accesso ad alcun tipo di intervento in ambito di
sanità essenziale e che circa 5 milioni di persone – soprattutto
bambini con meno di 5 anni – muoiono ogni anno a causa di queste
mancanze. Le più colpite sono inevitabilmente le popolazioni dei
Paesi in via di sviluppo, dove persistono condizioni di estrema
povertà, con grosse difficoltà di accesso all’acqua. E le
previsioni non sono ottimistiche: si stima, infatti, che nell’arco
di un ventennio la percentuale degli assetati potrebbe passare dal 25
al 40 per cento della popolazione mondiale.
Persino
Benedetto XVI nella recente enciclica Caritas
in Veritate ha
fatto un preciso riferimento al problema, riconducendo la questione
del mancato accesso a cibo e acqua a una dimensione più generale e
"alta" di diritto primario alla vita. «Il diritto
all’alimentazione così come all’acqua», si legge
nell’enciclica, «rivestono un ruolo importante per il
perseguimento di altri diritti, a iniziare dal diritto primario alla
vita. È necessario, pertanto, che maturi una coscienza solidale che
consideri l’alimentazione e l’accesso all’acqua come diritti
universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni né
discriminazioni» (n. 66).
«La dottrina sociale della
Chiesa», fa notare monsignor Golser, «parla di "ipoteca
sociale" che grava su ogni proprietà. Il che vuol dire che la
proprietà privata è condizionata dal principio superiore della
destinazione universale dei beni della terra e che quindi deve cedere
davanti al diritto primario di ognuno di potersi nutrire e
dissetare».
Nel
caso dell’acqua, non si tratta, tuttavia, solo di un problema di
scarsità di risorse idriche. Interessi, speculazioni, sperequazioni
stanno spesso dietro alla mancanza di accesso all’acqua o alla
cattiva gestione di questo bene. Problemi che si associano alla
scarsità di risorse economiche – specialmente nei Paesi in via di
sviluppo –, all’incapacità di fornire servizi in ambito
sanitario, alla cattiva igiene anche in luoghi pubblici come scuole e
ospedali e a una mancanza di educazione e formazione della
popolazione. Molte malattie, ad esempio, potrebbero essere evitate se
venisse fornito un accesso su vasta scala ad acqua sicura e a servizi
sanitari adeguati.
Questa situazione stride
fortemente con quello che era stato identificato come uno degli
obiettivi prioritari del Millennio: «Dimezzare entro il 2015 il
numero delle persone che non hanno accesso a una fonte d’acqua
potabile e a servizi igienici adeguati». Obiettivo che, come altri,
verrà certamente disatteso. E, infatti, da quando la Dichiarazione
del Millennio dell’assemblea generale delle Nazioni Unite venne
promulgata nel 2000, la situazione non ha fatto che peggiorare. Anche
perché nelle logiche di mercato, l’acqua ha perso via via la sua
connotazione di bene primario e fondamentale per essere considerata
alla stregua di una merce preziosa e redditizia.
Oggi la situazione è alquanto
complessa e molte sono le problematiche legate all’acqua,
riconducibili in parte ai cambiamenti climatici, in parte agli
interventi dell’uomo. Privatizzazioni, inquinamento dell’acqua e
dell’ambiente, industrie e agricoltura intensiva, moltiplicazione
delle dighe, aumento del consumo domestico: tutti fattori che hanno
ripercussioni sull’ambiente (moltiplicarsi di cicloni e alluvioni,
scioglimento dei ghiacciai, prolungate siccità, innalzamento dei
mari...) e aggravano i problemi idrici in molte parti del mondo.
Problemi che, sempre più spesso, sono all’origine di conflitti.
Già dieci anni fa, le Nazioni
Unite avevano lanciato l’allarme: se il XX secolo è stato quello
delle guerre per l’«oro nero» (il petrolio), il XXI sarà il
secolo delle guerre per l’«oro blu» (l’acqua). Attualmente, si
calcola che nel mondo siano sono in corso una cinquantina di
conflitti per il controllo dell’acqua. Inoltre, molti governi
"usano" l’acqua come risorsa strategica a supporto dei
loro interessi geo-politici ed economici. Da più parti, invece, si
chiede che i Paesi approvino una «legge nazionale sull’acqua»,
ispirata a principi di solidarietà e sostenibilità, affinché una
parte non prevalga sull’altra. Ma i concetti di solidarietà e
sostenibilità spesso non si coniugano con gli interessi di mercato o
con quelli della politica.
Il
conflitto tra principi e interessi viene affrontato anche dal
Compendio della
dottrina sociale della Chiesa,
che afferma: «L’acqua, per la sua stessa natura, non può essere
trattata come una mera merce tra le altre e il suo uso deve essere
razionale e solidale» (n. 485). «Il progresso tecnologico e la
globalizzazione economica», commenta monsignor Golser, «hanno fatto
sì che tutto sembra poter diventare merce, da cui trarre profitto.
Per questo, oggi bisogna recuperare il ruolo della politica, al di
sopra dell’economia, come servizio al bene comune, guidato da
regole di giustizia. E dobbiamo ispirarci agli atteggiamenti del
tutto diversi presenti, ad esempio, nei popoli indigeni, che mai
hanno cercato di acquistare diritti di proprietà sulle loro terre e
acque».
In passato molti popoli, in
contesti, culture e religioni diverse, hanno sviluppato tecnologie e
stratagemmi per la salvaguardia e la conservazione idrica e hanno
fatto dell’acqua uno strumento di pacificazione reale e simbolico
in molte situazioni di conflitto. Oggi, invece, l’acqua è sempre
più spesso oggetto di contese e di violenze. Lo denuncia con forza
anche la scienziata indiana Vandana Shiva, che vi ha dedicato un
libro intitolato Le guerre dell’acqua (Feltrinelli 2004). Vi
si evidenzia come l’economia globalizzata stia cambiando la
definizione di acqua da bene pubblico a proprietà privata. «Più di
qualsiasi altra risorsa», sostiene la Shiva, «l’acqua deve
rimanere un bene pubblico. L’acqua può essere utilizzata ma non
posseduta e in tutta la storia dell’umanità e in culture
diversissime è stata gestita come bene pubblico condiviso. Anche in
condizioni di scarsità sono nati sistemi sostenibili di gestione
dell’acqua con l’impegno per la conservazione di generazione in
generazione».
Ecco
perché essa rientra tra le tematiche più sensibili e preoccupanti
di questo millennio. Anche il vertice del G8 a L’Aquila, lo scorso
luglio, ha individuato alcune priorità: gestione delle risorse
idriche, investimenti nel settore, piani regolatori internazionali
per gli interventi sull’acqua. «Non è possibile negoziare il
futuro dell’umanità senza mettere in conto l’acqua», ribadisce
con forza Riccardo Petrella, segretario generale del Comitato
internazionale per il Contratto mondiale sull’acqua.
«Sembra che alcuni Paesi si orientino a proporre che l’acqua
faccia parte dell’agenda per il nuovo trattato mondiale. Ne va
della pace nel mondo e della sacralità della vita».
In quest’ottica si inserisce
anche il missionario comboniano Alex Zanotelli, che ha lanciato un
appello a tutte le comunità cristiane e alla Conferenza episcopale
italiana, in occasione della quarta Giornata mondiale del Creato, del
primo settembre scorso. La Giornata quest’anno era dedicata al tema
dell’aria e invitava a riflettere sui danni e le conseguenze dei
gas serra e sulla prossima conferenza di Copenaghen del 7 e 8
dicembre. «Non possiamo però dimenticare», scrive padre Zanotelli,
«che le conseguenze più serie e devastanti dei cambiamenti
climatici concerneranno l’acqua sul piano della disponibilità sia
quantitativa che qualitativa».
La critica e la mobilitazione
hanno di mira in particolare la legge 133, approvata in sordina dal
Parlamento con l’appoggio dell’opposizione, il 6 agosto 2008;
l’articolo 23bis del decreto Tremonti 112 stabilisce «il
conferimento della gestione dei servizi pubblici locali, in via
ordinaria, a favore di imprenditori o di società in qualunque forma
costituite individuati mediante procedure competitive ad evidenza
pubblica». L’obiettivo è quello di «favorire la più ampia
diffusione dei principi di concorrenza, di libertà di stabilimento e
di libera prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici
interessati alla gestione di servizi di interesse generale in ambito
locale». In sostanza, il decreto obbliga i Comuni a mettere all’asta
la gestione delle loro reti idriche e a ridurre la quota del pubblico
nella gestione dell’acqua al 30 per cento entro il 2012,
spalancando di fatto la strada alla privatizzazione dell’acqua.
Peccato che in Italia, già nel 2007, i comitati locali per l’acqua
pubblica avessero raccolto 400 mila firme e presentato in Parlamento
una proposta di legge di iniziativa popolare che tuttavia non ha
trovato alcun relatore. Emilio Molinari, presidente del Comitato
italiano per il Contratto mondiale sull’acqua,
ha chiesto al ministro Tremonti di «scorporare il servizio idrico
dalla legge 133 e di aprire una discussione sui servizi di interesse
generale (art. 43 della Costituzione) e sulla legge di iniziativa
popolare del movimento e inoltre di intervenire con un piano di
investimenti pubblici per rinnovare l’intera rete idrica italiana
che disperde il 35 per cento dell’acqua».
Il
nostro Paese ha un altro primato negativo, quello di essere il
maggior consumatore di acqua imbottigliata al mondo, il 65 per cento
della quale viene venduta in contenitori di plastica; questo si
traduce in ben 9 miliardi di bottiglie all’anno da smaltire. «La
Chiesa italiana», ricorda monsignor Golser, «è già intervenuta in
più occasioni sul problema dell’acqua, dedicando, ad esempio, la
Giornata per la salvaguardia del Creato del 2007 a questo tema. C’è
una commissione presso la Cei che si occupa di questi problemi ed è
stata creata una Rete
interdiocesana nuovi stili di vita,
cui aderiscono 24 diocesi, che lavora su tali questioni, cercando di
creare una coscienza più diffusa su tutte le tematiche che
riguardano l’ambiente e la salvaguardia del Creato».
Anche a livello ecumenico, non
mancano le iniziative. Tra i più attivi, ormai dagli anni Ottanta, è
il patriarca ortodosso di Costantinopoli, Bartolomeo I, che è
proprio all’origine della Giornata mondiale del Creato, cui
aderisce anche il Consiglio delle Conferenze episcopali europee
(Ccee). I membri del Ccee e della Conferenza della Chiese europee (la
Kek, che raccoglie ortodossi, protestanti, anglicani) hanno
pubblicato un documento comune al termine del Comitato congiunto di
Esztergom, in Ungheria, lo scorso febbraio, in cui si ribadisce che
«come europei, abbiamo bisogno di condividere un senso di
solidarietà con i più poveri del mondo, che sono le vittime
primarie del nostro atteggiamento irresponsabile nei confronti del
Creato». Anche nella preparazione della terza Assemblea ecumenica
europea di Sibiu, un paragrafo specifico era stato dedicato al tema
«Acqua, fonte di vita», in cui si ribadiva che «l’acqua è un
bene comune, non deve essere trasformato in bene commerciabile».
A livello
europeo questa sensibilità si è concretizzata nell’Environmental
Christian European Network (Ecen),
mentre in termini di cooperazione ecclesiale Nord-Sud è
particolarmente significativa la Dichiarazione
ecumenica sull’acqua come diritto umano e bene pubblico,
sottoscritta il 22 aprile 2005 a Friburgo, in Svizzera. Tra i
firmatari, la Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (Cnbb), il
Consiglio nazionale delle Chiese cristiane (Conic) – che riunisce,
oltre alla Chiesa cattolica, le principali denominazioni protestanti
e ortodosse del Paese sudamericano –, la Conferenza dei vescovi
della Svizzera e la Confederazione svizzera delle Chiese evangeliche,
il che ne fa un documento di convergenza non solo tra diverse
confessioni cristiane, ma anche tra Chiese del Nord e del Sud del
mondo.
Un altro esempio positivo in
termini di cooperazione tra le Chiese del Nord e del Sud è proprio
della scorsa estate: una sorta di gemellaggio all’insegna
dell’acqua tra un nutrito gruppo di associazioni francesi di
ispirazione cattolica e le popolazioni del bacino del fiume Niger.
Grazie a questa iniziativa molti francesi hanno potuto «vivere
un’estate in maniera diversa», come recitava lo slogan, con
percorsi di sensibilizzazione per «non sprecare questo bene comune
fondamentale» e dare una mano a chi è all’asciutto, attraverso la
realizzazione di un progetto idrico solidale in Niger. Insomma, anche
quando manca, l’acqua continua a far bene.
Anna Pozzi
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