Solidarietà a Jon Sobrino Giovaniemissione esprime solidarietà alla persona di Jon Sobrino, nel momento delicato del richiamo da parte dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. In base alle affermazioni della stessa, la notificazione “non è una condanna o una sanzione esplicita nei confronti della persona” ma una puntualizzazione per dire che “alcune sue affermazioni non corrispondono al pensiero e alla dottrina della Chiesa”. “Visto che le sue opere sono molto diffuse nei seminari e nelle università ciò non toglie che spetterà poi alle competenze dei singoli vescovi o rettori locali decidere se accettare o meno i suoi insegnamenti o i suoi testi”.
Giovaniemissione impara molto dall’insegnamento di questo teologo e riconosce, insieme alla nota Vaticana, quanto in Sobrino sia forte la “preoccupazione per la situazione dei poveri e degli oppressi”. Invitiamo i nostri lettori a conoscere alcune tra le pagine più belle del teologo.
Ci riconosciamo nel recente testo di solidarietà espresso da numerosi teologi, incontratisi a Nairobi in occasione del WSF. Pubblichiamo, infine, una lettera di Sobrino in cui il teologo –in dialogo con il suo padre superiore- cerca di rispondere ad una serie di obiezioni che precedentemente mons. Ratzinger aveva fatto ai suoi scritti.
Documento di solidarietà a Jon Sobrino da parte di teologi di tutto il mondo Forum Mondiale dei Teologi, Nairobi 2007
(tratto da www.adistaonline.it) I partecipanti del Fmtl, dopo aver ascoltato François Houtart e Jon Sobrino, invitati da molto tempo a partecipare attivamente a questo Forum insieme a Desmond Tutu, vogliono esprimere gratitudine e vivo apprezzamento nei confronti di questi nostri grandi maestri.
François Houtart, già noto dal Concilio Vaticano II, di cui è stato consultore, come maestro che ha insegnato a comprendere e a interpretare la realtà sociale, continua infaticabilmente nel suo impegno per la trasformazione sociale globalizzata, attraverso il suo lavoro di ricerca, le sue conferenze, la sua produzione e soprattutto la sua presenza a fianco dei movimenti sociali, come nel Forum Sociale Mondiale. La sua testimonianza è di inestimabile lavoro per l'umanità. Jon Sobrino, che ha cambiato collocazione sociale nell'incontro con il popolo povero e con le sofferenze del Salvador, è il nostro più grande maestro in teologia. La sua opera scritta, soprattutto la sua cristologia, è il risultato di un'esperienza evangelica, della sua "rottura epistemologica" e della sua scoperta del "luogo teologico" che sono i poveri. E i poveri sono la grande maggioranza del popolo che è la Chiesa. Per questo, per comprendere realmente la cristologia di Jon Sobrino è necessario non solamente leggere l'insieme dei suoi scritti - libri, articoli, meditazioni - o ascoltare le sue conferenze, le sue riflessioni, le sue parole illuminate dal cuore e dalla fede. È necessario ripercorrere lo stesso cammino, giungere allo stesso "luogo" e leggere onestamente da lì i profeti e soprattutto lo stesso vangelo di Gesù. In termini rigorosamente cristologici, Sobrino è il maestro che sta aiutando più di una generazione a compiere il salto dal dogma astratto, dal sonno dogmatico, all'incon-tro con il Cristo vivo nel suo contesto, nel suo luogo teologico che è il popolo povero. Il Cristo storico, divinamente umano e umanamente divino, brilla nella compassione e nella solidarietà a fianco del popolo povero, radicalizza l'avvicinamento del Regno di Dio come verità per la quale Egli stesso ha dato la vita ed è resuscitato. Jon Sobrino insegna con tanta chiarezza questo nucleo della fede e della teologia cristiana che solamente a partire da qui, e non da qualche logica greca, il dogma acquista vita nel suo giusto posto. Siamo convinti che se la cristologia di Jon Sobrino causa qualche turbamento, ciò ha meno a che vedere con dottrine dogmatiche che con atteggiamenti pratici. Di fatto, il suo insegnamento cristologico recupera l'autorità evangelica dei poveri, la scelta preferenziale di Dio di rivelarsi ai poveri, il dono del Regno in primo luogo ai poveri. Questa insistenza è sempre scandalosa, ma è di Dio, di Gesù, prima di essere di Sobrino. Il turbamento può essere occasione di rottura con il formalismo dogmatico al servizio del formalismo ecclesiastico. Può essere occasione di conversione al luogo teologico della rivelazione, del Regno di Dio, della salvezza. Ma non avviene senza sofferenze per chi l'annuncia. Vogliamo rendere omaggio al nostro maestro Jon Sobrino per la sua fedeltà nella sua lunga e nota esperienza di dolore condiviso con il popolo, con mons. Oscar Romero, con i suoi confratelli assassinati. Essi fanno della sua teologia un cammino di fede, di speranza, anche di buon umore. Fanno della sua cristologia uno strumento di coerenza e di convinzione cristiana. Il miglior modo di mostrare gratitudine al maestro è portare avanti il suo insegnamento.
JON SOBRINO scrive a P. PETER HANS KOLVENBACH (preposito generale della Compagnia di Gesù) a proposito della “Notificazione” su errori e imprecisioni di due sue opere. Carissimo p. Kolvenbach.
Anzitutto la ringrazio per la lettera che mi scrisse il 20 novembre, e per tutte le gestioni da lei fatte per difendere i miei scritti e la mia persona. P. Idiàquez mi ha chiesto di scriverle a proposito del mio atteggiamento di fronte alla Notificazione e le ragioni per le quali non aderisco – “senza riserve”, dice lei nella lettera – ad essa. In un breve testo prossimamanete esporrò la mia reazione alla notificazione, dato che, come lei dice, è prassi che la notizia appaia nei mezzi di comunicazione e che i colleghi teologi aspettino una mia parola.
1. La ragione fondamentale.
La ragione fondamentale è la seguente. Un buon numero di teologi hanno letto i miei due libri prima che fosse pubblicato il testo della Congregazione della fede del 2004. Vari di loro lessero anche il testo della Congregazione. Il loro giudizio unanime è che nei miei due libri non c’è niente che non sia compatibile con la fede della Chiesa. Il primo libro, “Jesucristo liberador. Lectura historico-teologica de Jesùs de Nazareth” fu pubblicato in spagnolo nel 1991, 15 anni fa, ed è stato tradotto in portoghese, inglese e italiano. La traduzione portoghese ha l’imprimatur del Cardinal Arns, del 4 dicembre 1992. Che io sappia, nessuna recensione o commentario teologico orale questionò la mia dottrina. Il testo del secondo libro, “La fe en Jesucristo, ensayo desde las vìctimas”, fu pubblicato nel 1999, sette anni fa, ed è stato tradotto al portoghese, inglese e italiano. Fu esaminato molto attentamente, prima della sua pubblicazione, da vari teologi, in alcuni casi per incarico del padre provinciale, Adàn Quadra, e in altri a richiesta mia. Sono i padri J. I. Gonzales Faus, J. Vives, X. Alegre; il presbitero Javier Vitoria, de Deusto; il p. Martin Maier, di Stimmen der Zeit. Vari di loro sono esperti in teologia dogmatica. Uno in esegesi, un altro in patristica. Recentemente p. Sesbouè, su richiesta di p. Maier, nell’anno 2005 ebbe la cortesia di leggere il secondo libro, “La fe en Jesucristo”, conoscendo anche, da come capisco, il testo della congregazione della fede del 2004. P. Maier gli chiese di controllare se c’era qualcosa nel mio libro contrario alla fede della Chiesa. La sua risposta di 15 pagine nel suo insieme loda il libro. E non trovò niente di criticabile dal punto di vista della fede. Solamente trovò un errore, che lui chiama tecnico, non dottrinale: “la mia intenzione è di mostrare il centro di gravità dell’opera e quanto egli prenda seriamente le affermazioni conciliari, come pure i titoli di Cristo nel Nuovo Testamento. Ho trovato un solo errore vero, cioè la sua interpretazione della “communicatio idiomatum”, ma non è che un errore tecnico e non dottrinale” (dico subito che non ho nessun inconveniente per chiarire, nella misura delle mie possibilità, questo errore tecnico). Sul modo di analizzare il mio testo da parte della congregazione dice questo: “non ho voluto rispondere con troppa precisione al documento della Congregazione della Fede, che tende a premiare il libro di Sobrino e mi pare talmente esagerato da non aver valore. Talleyrand ripeteva questa frase: ciò che è esagerato è insignificante. Con questo metodo deliberatamente dubbioso io posso leggere molte eresie nelle encicliche di Giovanni Paolo II! Ne ho comunque tenuto conto nella mia valutazione. Ho voluto dire che questo libro mi sembra più rigoroso nelle sue formulazioni che il precedente. Ho anche citato dei testi della Tradizione, o contemporanei, o dei papi, che sono sulla linea di Sobrino (in questo seguo il metodo della CDF)”. Ho consegnato una copia del testo di p. Sesbouè a p. Idiaquez e a p. Valentin Menendez. Tutti questi teologi sono buoni conoscitori del tema cristologico, a livello teologico e dottrinale. Sono persone responsabili. Si sono concentrati esplicitamente su possibili errori dottrinali miei. Sono rispettosi della chiesa. E non hanno trovato errori dottrinali né affermazioni pericolose. Allora non riesco a capire come la notificazione legge i miei testi in modo tanto diverso e persino contrario. Questa è la prima e fondamentale ragione per non accettare la notificazione: “non mi sento rappresentato in assoluto nel giudizio globale della notificazione”. Per questo non mi sembra onorevole firmarla. Inoltre, sarebbe una mancanza di rispetto verso i teologi menzionati. - 30 anni di relazioni con la gerarchia.
Il documento del 2004 e la notificazione non sono una totale sorpresa. Dal 1975 ho dovuto rispondere alla Congregazione per l’Educazione Cattolica, sotto il card. Garrone, nel 1976, e alla congregazione della Fede, prima sotto il card. Sepe e poi, varie volte, sotto il card. Ratzinger. P. Arrupe, soprattutto e p. Paolo Dezza, come delegato papale, sempre mi hanno spinto a rispondere con onestà, fedeltà e umiltà. Mi hanno ringraziato per la mia disponibilità a rispondere e mi facevano capire che il modo di procedere delle curie vaticane non sempre si distingueva per onestà e stile evangelico. La mia esperienza, quindi, viene da lontano. E lei sa quello che è successo negli anni del suo generalato. Quello che voglio aggiungere adesso è che non solo ho avuto seri avvertimenti e accuse da queste congregazioni, soprattutto quella della Fede, ma che da molto presto si creò un ambiente in Vaticano, in varie curie diocesane e tra vari vescovi, contrari alla mia teologia, e in generale contro la teologia della liberazione. Si generò un ambiente contrario alla mia teologia a priori, senza la necessità di leggere molte volte le mie pubblicazioni. Sono 30 lunghi ani di storia. Solo menzionerò alcuni fatti significativi. Lo faccio non perché questa sia una ragione fondamentale per firmare la notificazione, ma per capire la situazione nella quale viviamo e per capire la difficoltà che ho io, anche dando il meglio di me, di affrontare onestamente, umanamente ed evangelicamente il problema. Per essere sincero, anche se ho detto che non è una ragione per non aderire alla notificazione, sento che non è etico per me “approvare o appoggiare” con la mia firma un modo di procedere poco evangelico, che ha dimensioni strutturali in buona parte, ma che è abbastanza esteso. Ritengo che avvallare questi procedimenti non aiuta in niente la Chiesa di Gesù, né a presentare il volto di Dio nel nostro mondo, né ad animare la sequela di Gesù, né alla “lotta cruciale del nostro tempo”, le fede e la giustizia. Lo dico con grande modestia. Alcuni fatti dell’ambiente generalizzato che si è generato contro la mia teologia, più in là delle accuse delle congregazioni, sono le seguenti. Mons. Romero scrive nel suo Diario il giorno 3 maggio 1979: “Ho fatto visita a p. Lopez Gall. Mi ha detto con la semplicità di un amico il giudizio negativo che si percepiscono in alcuni settori verso gli scritti teologici di Jon Sobrino”. Per quanto riguarda mons. Romero, pochi mesi dopo mi chiese di scrivergli il discorso che pronunciò nell’università di Lovanio il 2 febbraio 1980 – nel 1977 avevo già redatto per lui la seconda lettera pastorale “La Chiesa, corpo di Cristo nella storia”. Scrissi il discorso di Lovanio. Gli piacque, lo lesse integralmente e me lo ringraziò. Prima della sua conversione come vescovo. Il Monsignore mi aveva accusato di pericoli dottrinali, e ciò mostra che lui sapeva muoversi in questa problematica (scrisse anche un giudizio critico contro la “Teologia politica” di Ellacuria nel 1974). Però poi non mi avvisò mai di tali pericoli. Credo che la mia teologia gli sembrasse dottrinamente corretta – almeno sostanzialmente (so molto bene che in Vaticano un problema per la sua canonizzazione è stato il mio possibile influsso nei suoi scritti e omelie. Scrissi un testo di 20 pagine su ciò. E lo firmai). Quando Alfonso Lopez Trujillo fu nominato cardinale, disse poco dopo in un gruppo, più o meno pubblicamente, che l’avrebbe fatta finita con Gustavo Gutierrez, Leonardo Boff, Ronaldo Muñoz e Jon Sobrino. Così mi raccontarono, e mi sembra molto verosimile. Le beghe di Lopez Trujillo con p. Ellacurìa – con monsignor Romero soprattutto – e con me sono interminabili. Continuano fino al giorno d’oggi. E cominciarono presto. Credo che nel 1976 o 1977 parlò contro la teologia di p. Ellacuria e mia in una riunione della Conferenza Episcopale del Salvador, alla cui riunione si autoinvitò. Dopo, in una lettera a Ellacuria, negò risolutamente che avesse parlato di lui e di me in detta conferenza. Però noi avevamo la testimonianza di prima mano di mons. Rivera, che fu presente nella riunione della conferenza episcopale. Nel 1983 in card. Corripio, arcivescovo di Mexico, proibì la celebrazione di un congresso di teologia. Lo organizzavano i passionisti per celebrare, secondo il loro carisma l’anno della redenzione, che era stato propiziato da Giovani Paolo II. Volevano trattare teologicamente il tema della croce di Cristo e quella dei nostri popoli. Mi invitarono e accettai. Dopo mi comunicarono il divieto del cardinale. La ragione, o una ragione importante, era che io avrei tenuto due conferenze nel congresso. In Honduras, l’arcivescovo sgridò un gruppo di religiose perché erano andate in una diocesi vicina per ascoltare una mia conferenza. Mi aveva invitato il vescovo. Credo che si chiamasse mons. Corrivau, canadese. Solo un esempio in più per non stancarla. Nel 1987 o 1988, più o meno, fui invitato per parlare a un numeroso gruppo di laici in Argentina, nella diocesi del mons. Hesayne, si trattava di rivitalizzare i cristiani che avevano sofferto durante la dittatura. E accettai. Poco dopo ricevetti una lettera di mons. Hesayne che mi diceva che la mia visita alla sua diocesi era stata oggetto di dibattito in una riunione della Conferenza Episcopale. Il card. Primatesta disse che gli sembrava una pessima idea che io andassi a parlare in Argentina. Mons. Hesayne mi difesa come persona e difese la mia ortodossia. Domandò al cardinale se aveva letto qualche mio libro, e riconobbe di no. Ugualmente però il vescovo si vide obbligato a cancellare il mio invito. Mi scrisse e si scusò con molto affetto e umiltà, e mi chiese di comprendere la situazione. Gli risposi che capivo, e lo ringraziavo. Di quello che ho detto finora sull’Argentina ne sono certo. Quanto segue lo ascoltai da due sacerdoti, non so se argentini o boliviani, che passarono per l’UCA. Al vedermi mi dissero che sapevano quello che era successo in Argentina. In riassunto, nella riunione della conferenza episcopale avevano detto a Mons. Hesayne che doveva decidere: o invitava Jon Sobrino nella sua diocesi, e il papa non sarebbe passato per essa nella prossima visita in Argentina, o accettava la visita del papa alla sua diocesi e Jon Sobrino non poteva passare per di là. Non voglio stancarla ulteriormente, anche se mi credo potrei raccontale più storie. Anche di vescovi che si sono opposti alla mia partecipazione a conferenze in Spagna. Questa cattiva fama non credo che fosse qualcosa specificamente personale, ma parte della campagna contro la teologia della liberazione. Ed ora formulo la mia seconda ragione per non aderire. Ha a che vedere meno direttamente con i documenti della congregazione della Fede e più con il modo di precedere del Vaticano negli ultimi 20 o30 anni. Il questi anni molti teologi e teologhe, gente buona, con limitazioni ovviamente, amanti di Cristo e della Chiesa, e con un grande amore ai poveri, sono stati perseguitati senza misericordia. E non solo loro. Anche vescovi, come lei sa, Mons. Romero in vita (tuttora c’è chi non lo vuole in Vaticano, o per lo meno non vogliono il mons. Romero reale, ma un mons. Romero annacquato), dom Helder Camara dopo la sua morte, mons. Proaño, don Samuel Ruiz, e un molto lungo eccetera. Han cercato di decapitare, a volte in malo modo, alla CLAR e a migliaia di religiose e religiosi con una immensa generosità, e ciò è molto doloroso per l’umiltà di molti di essi. E soprattutto han fatto tutto il possibile perché spariscano le comunità di base, i piccoli, i privilegiati di Dio. Aderire alla notificazione, che esprime in buona parte questa campagna e questo modo di procedere, molte volte chiaramente ingiusto, contro tanta gente buona, sento che sarebbe come approvarlo. Non voglio peccare di arroganza, però non credo che aiuterebbe alla causa dei poveri di Gesù e della Chiesa dei poveri. - Le critiche alla mia teologia del teologo Joseph Ratzinger.
Questo tema m sembra importante per comprendere dove siamo, anche se non è una ragione per non firmare la notificazione. Poco prima di pubblicare la prima Istruzione su alcuni aspetti della teologia della liberazione, corse, in forma manoscritta, un testo del card. J. Ratzinger su questa teologia. P. Cesar Jerez, allora provinciale, ricevette il testo da un amico gesuita, degli Stati Uniti. Il testo fu pubblicato dopo in 30 GIORNI, III/3 (1984), pp. 48-55. Io potei leggerlo, già pubblicato ne IL REGNO. Documenti 21 (1984) pp. 220-223. In questo articolo si menzionano i nomi di 4 teologi della liberazione: Gustavo Gutierrez, Hugo Assmann, Ignacio Ellacuria e il mio, che è quello più frequentemente citato. Dico testualmente quello che dice su di me. Le referenze sono del mio libro “Jesùs en America Latina. Su significado para la fe e la crostologia”, San Savador 1982.
Ratzinger: “rispetto alla fede dice, per esempio, J. Sobrino: “l’esperienza che Gesù ha di Dio è radicalmente storica”; “la sua fede si converte in fedeltà”. Sobrino rimpiazza fondamentalmente, di conseguenza, la fede con la “fedeltà alla storia” (fedeltà alla storia, 143-144).
Commento. Quello che io dico testualmente è: “la sua fede nel mistero di Dio si converte in fedeltà a questo mistero”, con cui voglio sottolineare la processualità dell’atto di fede. Dico anche che “la lettera (agli Ebrei) riassume mirabilmente come si realizza in Gesù la fedeltà storica e nella storia attraverso la pratica dell’amore agli uomini e la fedeltà al mistero di Dio” (p .144). l’interpretazione di Ratzinger di sostituire la fede con la fedeltà alla storia è ingiustificata. Ripeto più volte: “fedeltà al mistero di Dio”. Ratzinger: “Gesù è fedele alla profonda convinzione che il mistero della vita degli uomini è realmente l’ultimo” (p. 144). Qui si produce quella fusione tra Dio e la storia che da la possibilità a Sobrino di conservare con rispetto a Gesù la formula di Calcedonia, però con un significato totalmente alterato: si vede come i criteri classici dell’ortodossia non sono applicabili all’analisi di questa teologia. Commento. Il contesto di ciò che ho scritto è che “la storia rende credibile la sua fedeltà a Dio, e la fedeltà a Dio, a colui che lo inviò, scatena la fedeltà alla storia, all’ “essere a favore degli altri” (p. 144). Non confondo assolutamente Gesù e la storia. Inoltre, la fedeltà non è a una storia astratta, o lontana da Dio o assolutizzata, ma è la fedeltà all’amore dei fratelli, che è ciò che ha una ultimità specifica nel Nuovo Testamento ed è mediazione della realtà di Dio. Ratzinger: “Ignacio Ellacurìa insinua questo dato nella tappa del libro su questo tema: Sobrino dice di nuovo che Gesù è Dio, però aggiungendo immediatamente che il Dio vero è solo quello che si rivela storicamente e scandalosamente in Gesù e nei poveri, che continuano la sua presenza. Solo chi mantiene con forza e unitariamente queste due affermazioni è ortodosso”. Commento. Non vedo che c’è di male in quanto affermato da Ellacuria. Ratzinger: “il concetto fondamentale della predicazione di Gesù è il “Regno di Dio”. Questo concetto si ritrova anche nel nucleo delle teologie della liberazione, però letto sul trasfondo dell’ermeneutica marxista. Secondo Jon Sobrino il modo non deve intendersi in modo spiritualista, né universalista, né nel senso di una riserva escatologia astratta. Deve essere inteso in forma partitica e orientato verso la prassi. Solo a partire dalla prassi di Gesù, e non teoricamente, si può definire quello che significa il Regno; lavorare con la realtà storica che ci circonda per trasformarla nel Regno” (p. 166).Commento: “è falso che io parli del regno nel trasfondo dell’ermeneutica marxista. È certo che do un’importanza decisiva al riprodurre la prassi di Gesù per ottenere un concetto che possa avvicinarci a quello che ebbe Gesù. Però quest’ultimo è un problema di epistemologia filosofica, che ha anche radici nella comprensione biblica di quello che è CONOSCERE. Come dicono Geremia ed Osea: “fare giustizia, non è questo conoscermi?”. <!--[if !supportLists]--> <!--[endif]-->Ratzinger: “In questo contesto voglio anche menzionare l’interpretazione impressionante, però in definitiva spaventosa, della morte e della resurrezione che fa Jon Sobrino. Stabilisce anzitutto, contrariamente alle concezioni universaliste, che la resurrezione è, in primo luogo, una speranza per i crocifissi, i quali costituiscono la maggioranza degli uomini: tutti questi milioni ai quali l’ingiustizia strutturale viene imposta come una lenta crocifissione (176). Il credente prende parte anche lui nel regno di Gesù sulla storia attraverso l’instaurazione del Regno, e cioè nella lotta per la giustizia e per la liberazione integrale, nella trasformazione delle strutture ingiuste in strutture più umane. Questa signoria sulla storia si esercita nella misura in cui si ripete nella storia il gesto di Dio che risuscita Gesù, e cioè dando vita ai crocifissi della storia (181). L’uomo assume il ruolo di Dio, e con questo si manifesta tutta la trasformazione del messaggio biblico in modo quasi tragico, se si pensa a come questo tentativo di imitazione di Dio si è realizzato e si realizza”. <!--[if !supportLists]-->o <!--[endif]-->Commento. Se la resurrezione di Gesù è quella di un crocifisso, mi sembra almeno plausibile comprendere teologicamente la speranza in primo luogo per i crocifissi. A questa speranza possiamo partecipare tutti, nella misura in cui partecipiamo nella croce. E “Ripetere nella storia il gesto di Dio” è ovviamente un linguaggio metaforico. Non ha niente a che vedere né con hybris né con arroganza. Fa risuonare invece l’ideale di Gesù: “siate buoni come il Padre vostro è buono”. Fin qui il commento alle accuse di Ratzinger. Non riconosco la mia teologia in questa lettura dei testi. Inoltre, come lei ricorderà, p. Al faro scrisse un giudizio sul libro dal quale Ratzinger attinge le citazioni, senza riscontrare alcun errore nel suo articolo “Analisis del libro Jesùs en America Latina de Jon Sobrino” (Revista Latinoamericana de Teologia 1, 1984, pp. 130-120). Per quanto riguarda l’ortodossia conclude testualmente: - Espressa e ripetuta affermazione della fede nella divinità (filiazione divina) di Cristo lungo tutto il libro
- Riconoscimento credente del carattere normativo e vincolante dei dogmi cristologici, definiti dal magistero ecclesiale nei concili ecumenici
- Fede nell’escatologia cristiana, iniziata già ora nel presente storico con anticipazione della sua pienezza futura meta storica (oltre la morte);
- Fede nella liberazione cristiana come “liberazione integrale”, vale a dire ome salvezza totale dell’uomo nella sua interiorità e corporeità, nella sua relazione con Dio, gli altri, la morte, il mondo. Queste 4 verità della fede cristiana sono fondamentali per ogni cristologia. Sobrino le afferma senza alcuna ambiguità” (117-118).
Ed è grave che senza citare il mio nome l’Istruzione del 1984, IX, traduzione “teologica di questo nucleo”, ripete alcune idee che Ratzinger pensa di aver trovato nel mio libro “alcune arrivo perfino al limite di identificare Dio e la storia, e a divenire la fede come ‘fedeltà alla storia’” (n. 4). Credo che il card. Ratzinger, nel 1984, non comprese totalmente la teologia della liberazione, né sembra aver accettato le riflessioni critiche di Juan Luis Segundo, “Teologìa de la liberaciòn. Respuesta al card. Rtzinger”, Madrid 1985 e di I. Ellacurìa, “Estudio teologico-pastoral de la Instrucciòn sobre algunos aspectos de la teologia de la liberaciòn”, Revista latinoamericana de Teologia 2 (1984) 145-178. personalmente credo che fino al giorno d’oggi gli è difficile capirla. E mi ha disgustato un commento che ho letto in almeno due occasioni, in quanto poco obbiettivo e può arrivare ad essere ingiusto, l’idea cioè che “quello che cercano alcuni teologi della liberazione è conseguire fama, richiamare l’attenzione”, Concludo. Non è facile dialogare con la Congregazione della Fede. A volte sembra impossibile. Sembra ossessionata dal trovare qualsiasi limitazione o errore, o dal ritenere tale quella che può essere una concettualizzazione distinta di qualche verità di fede. Opino che qui c’è, in buona misura, ignoranza, pregiudizio ed ossessione per terminare la teologia della liberazione. Sinceramente non è facile dialogare con questo tipo di mentalità. Quante volte ho ricordato il presupposto degli Esercizi: “ogni buon cristiano deve essere più disposto a salvare la proposizione del prossimo che a condannarla”. In questi giorni ho letto nella stampa un paragrafo del libro di Benedetto XVI, di prossima apparizione, su Gesù di Nazaret: “credo che non sia necessario dire espressamente che questo libro non è in assoluto un atto magisteriale, ma l’espressione della mia ricerca personale del “volto del Signore” (Sal 27). Pertanto, ognuno ha la libertà di contraddirmi. Solo chiedo alle lettrici e ai lettori quell’anticipo di simpatia senza la quale non esiste comprensione possibile”. Personalmente offro al papa simpatia e comprensione. E desidero fortemente che la congregazione della Fede tratti ai teologi e teologhe allo stesso modo.
- Problemi di fondo importanti
Nella mia risposta di marzo 2005 trattai di spiegare il mio pensiero. È stato vano. Per questo adesso non commenterò, per l’ennesima volta, le accuse che mi fa la notificazione, perché fondamentalmente sono le stesse. Solo voglio menzionare alcuni temi importanti, sui quali in futuro potremmo offrire alcune riflessioni. - I poveri come luogo del fare teologia. È un problema di epistemologia teologica, esigito o almeno suggerito dalla Scrittura. Personalmente non dubito che dai poveri si vede meglio la realtà e si comprende meglio la rivelazione di Dio.
- Il mistero di Cristo sempre ci sorpassa. Mantengo come fondamentale che esso sia sacramento di Dio, presenza di Dio nel nostro mondo. E mantengo come ugualmente fondamentale che sia un essere umano e storico concreto. Il docetismo mi sembra che sia ancora il maggior pericolo della nostra fede.
- La relazionalità costitutiva di Gesù con il Regno di Dio. Nelle parole più semplici possibili, il regno è un mondo come lo vuole Dio, nel quale ci sia giustizia e pace, rispetto e dignità, nel quale i poveri stiano al centro degli interessi dei credenti e delle chiese. Ugualmente, la relazionalità costitutiva di Gesù con un Dio che è Padre, nel quale confida totalmente, in un Padre che è Dio, davanti al quale si pone in totale disponibilità.
- Gesù è figlio di Dio, la parola fatta SARX. In ciò vedo il mistero centrale della fede. La tra-scendenza si è fatta tra-discendenza per arrivare ad essere con-discendenza.
- Gesù porta la salvezza definitiva, la verità e l’amore di Dio. La fa presente attraverso la sua vita, prassi, denuncia profetica e annuncio utopico, croce e resurrezione. E Puebla, rifacendosi a Mt 25, afferma che Cristo “ha voluto identificarsi con tenerezza speciale con i più deboli e poveri” (n. 196). Ubi pauperes ibi Christus.
- Molte altre cose sono importanti nella fede. Solo ne volgio menzionare ancora una, che Giovanni XXIII e il card. Lercaro proclamarono nel Vaticano II: la Chiesa come “Chiesa dei poveri”, chiesa di vera compassione, di profezia per difendere gli oppressi e di utopia per dar loro speranza.
- In un mondo gravemente malato come l’attuale proponiamo come utopia che “extra pauperes nulla salus”.
Di questi e di molti altri temi bisogna parlare più approfonditamente. Credo buono che tutti dialoghiamo. Personalmente ne sono disposto. Carissimo padre Kolvenbach, questo era quanto volevo comunicarle. Lei sa bene che, nonostante queste cose siano sgradevoli, posso dirle che sono in pace. Una pace che viene dal ricordo di innumerevoli amici e amiche, molti di loro martiri. In questi giorni, il ricordo di p. Jon Cortina ci riporta nuovamente l’allegria. Se mi permette di parlarle con totale sincerità, non mi sento “a casa” in questo mondo di curie, diplomazie, calcoli, potere, … Essere distante da “questo mondo”, nonostante io non l’abbia cercato, non mi produce angustia. Se mi capisce bene, mi da addirittura sollievo. Sento che la notificazione produrrà qualche sofferenza. Per dirlo con semplicità, soffriranno i miei familiari e amici, una sorella che ho, molto vicina a mons. Romero e ai martiri. Però penso che fare la vita più difficile per esempio al mio grande amico p. Rafael de Sivatte. Se non fossero pochi i problemi che ha già per mantenere con serietà il Dipartimento di Teologia – che lo fa molto bene, per la sua grande capacità, dedicazione e scienza – dovrà adesso trovare un altro professore di cristologia e, come lei saprà, dovrà pure cercare un altro professore di storia della chiesa, dato che p. Rodolfo Cardenal no può insegnare perché non è ben visto dalla gerarchia del paese. Non so se questa lunga lettera la aiuterà nelle sue conversazioni con il Vaticano. Spero di sì. Ho cercato di essere li più sincero possibile. Grazie per i suoi sforzi fatti per difenderci. La ricordo con affetto davanti al Signore. Jon Sobrino
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