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Testi di Approfondimento29-01-07
:: È IL TEMPO: - Ripensare il Volontariato-   PDF  Stampa  E-mail 
 



“Nel terzo millennio farà irruzione
l’etica dell’altro:
allacceremo rapporti umani basati sulla contemplazione del volto
D. Tonino





"Io non credo che il volontariato vada inteso come produt­tore ed erogatore di servizi soltanto.
Intanto è generatore di coscienza critica, è fattore di cam­biamento della realtà,
più che titolare di un assistenzialismo inerte.

L'interesse per la marginalità deve giungere alla stronca­tura serrata dei processi di emarginazione:
lo stile della de­nuncia non deve essergli estraneo.
 
Il volontariato è chiamato a schierarsi. Non può rimanere neutrale. Non deve essere pa­cificato. Pacifico, sì, nonviolento. Deve saper cogliere il si­gnificato conflittuale della povertà.

Non gli è consentito di starsene buono in un angolo mentre sa che in Italia ci sono 8 milioni e mezzo di poveri e che, nel Meridione, un terzo del­la popolazione non si trova garantita a nessun livello, né so­ciale, né economico, né culturale, eccettuato il livello della pura sussistenza.

Non gli è lecito mantenersi equidistante quando vede che il Sud d'Italia è il luogo paradigmatico dove si manifestano gli stessi meccanismi perversi che, certamente in modo più articolato, attanagliano tutti i Sud della terra.

Questa nuova visione planetaria, che ci fa scorgere come i più poveri sono sempre più numerosi mentre i ricchi diventano sempre più ricchi e sempre di meno, deve spingere il volontariato a decidersi da che parte stare:

se vuole che la sua posizione sia demolitrice delle strutture di peccato, o rimanga invece una semplice opera di contenimento e di controllo sociale, di utile ammortizzatore, tutto sommato funzionale al sistema che tali sperequazioni produce e coltiva".

                                     
                                              (Don Tonino Bello, da "Chiesa di parte")



                                                         Indice:

     Introduzione: ri-pensare il Volontariato
     1. Bisogna ri-comprendere

2. Bisogna ri-comprendersi

3. Bisogna ri-collocarsi
4. Bisogna ri-collegarsi
5. Bisogna ri-connotarsi

L'unica speranza

 



Introduzione


Di fronte alle nuove domande del mondo e ai repentini cambi della scena sociale, il volontariato è chiamato a rimodulare i termini della sua presenza e della sua proposta.

In quale scenario andrà a ricollocarsi? Quale ruolo svolgerà? A favore di chi dovrà schierarsi? E con chi stringerà nuovi rapporti? Quali inedite strategie elaborerà?

La riflessione di don Tonino segue puntualmente queste cinque icone quasi fossero altrettante direttrici capaci di confluire nell’unico alveo della speranza evangelica, forza primigenia a sostegno delle povertà.

 

DonTonino Bello è stato vescovo di Molfetta e presidente nazionale di Pax Christi, assicurando presenza critica e propositiva sia nella realtà ecclesiale sia nella tormentata vita del Paese.

Il segno dell’impegno
pastorale è ben sintetizzato
dal versetto del Salmo 34
prescelto a motto
episcopale: “Ascoltino gli umili e si rallegrino”.

Ha pubblicato diverse opere e più ancora ne ha
compiute,
testimoniando la
carità di Cristo.




Tonino Bello, testimone
della carità.
Clicca qui.




L'essenza del Volontariato":

Leggi nel sito l'opinione
di...
don
Pierluigi
Di Piazza

Relazione tenuta da don Tonino Bello al

Convegno sul Volontariato meridionale

promosso dalla Fondazione Italiana per il

Volontariato (Fivol)

Paestum, gennaio 1991


Carissimi amici,

vi chiedo in anticipo di perdonare la povertà
del mio contributo e l'eccessiva schematizzazione concettuale di quanto sto per dire. Vi assicuro, in contraccambio, che non pronuncerò nessuna parola che non sia profondamente interna alla mia esperienza. Intendo comunicarvi, infatti, ciò che avverto come vescovo della strada, abituato, per temperamento e per missione, a coinvolgere la gente nell'avventura del volontariato, ma che oggi, di fronte alle nuove domande del mondo, e di fronte ai repentini cambi della scena sociale, sente di dover rimodulare i termini della proposta.

Ho parlato di scena e voglio mantenere la metafora. Sicché mi rivolgerò al volontariato come protagonista sotto le luci della ribalta e gli affiderò un "pentalogo".
Cinque precetti.
Anzitutto, perché comprenda che, essendo cambiato lo scenario, non può recitare come prima: è necessario che prenda atto dei mutamenti avvenuti attorno a sé.
In secondo luogo perché comprenda la nuova parte che deve sostenere, e non ci sia confusione di ruoli nella sua "performance".
In terzo luogo, perché sappia collocarsi sulle giuste posizioni per non girare a vuoto e creare sconcerto.
In quarto luogo, perché si sappia rapportare con gli altri attori, interagendo con essi per l'ottimizzazione del risultato scenico.
E infine, perché si connoti di quelle caratterizzazioni particolari che lo preservino dal pericolo di far semplicemente da comparsa.

Scandirò quindi così le cinque parti di questo intervento:


1. Bisogna ricomprendere

2. Bisogna ricomprendersi


3. Bisogna ricollocarsi


4. Bisogna ricollegarsi


5. Bisogna riconnotarsi

1. Bisogna ricomprendere

 

“L’importante non è quanto facciamo, bensì l’amore che poniamo in quello che facciamo “ 

Madre Teresa di Calcutta 



Se è vero che il volontariato nasce sostanzialmente dall'amore, occorre dire che il più grande atto d'amore consiste nel conoscere le coordinate spazio/temporali, peraltro sempre cangianti, su cui i poveri di oggi consumano il loro crepuscolo.

Non è pensabile che io qui possa mettermi a descrivere lo scenario che si dispiega sotto i nostri occhi.

Non finirei di raccontarlo e già sarebbe nuovamente cambiato, tale è la rapidità con cui accadono i mutamenti.

Però posso indicare certe costanti che connotano questo cambiamento.

Anzitutto, la dilatazione del tempo.

Il tempo è divenuto un recipiente elastico che contiene un numero sempre più alto di fatti.

Nell'arco di un anno se ne condensano più di quanti, prima, se ne concentrassero in un secolo.

Non si fa in tempo a comprare una carta geografica, che bisogna subito cambiarla.

Quando entreremo nel terzo millennio, forse avremo l'impressione di transitare in una nuova era geologica. Speriamo che non sia di glaciazione.

In secondo luogo, la concentrazione dello spazio.

Ha fatto tanta fortuna l'espressione "villaggio globale", che non c'è bisogno di indugiare su ulteriori riflessioni.

Oggi, proprio come se stessimo in un villaggio, siamo messi al corrente in tempi reali di quello che accade nella zona più remota del mondo: anche se, molto spesso, la nostra inerzia non subisce scossoni.

 In terzo luogo, l’allungarsi della strada che porta verso l'alto.

Sembra paradossale, ma mentre il mondo si è rimpicciolito alle dimensioni di un Rio Bo del Palazzeschi (tre casettine dai tetti aguzzi... vi ricordate?), le vie all'interno del villaggio sono divenute lunghissime. Ci vuole una vita per andare a bussare alla porta del fratello e incontrarsi finalmente con lui.

In quarto luogo, la presa d'atto dell'interdipendenza. Nel bene e nel male.

Si va sempre più riconoscendo il legame che stringe in un'unica sorte gli uomini e i popoli tra di loro. Si afferra meglio di prima il riverbero positivo che la situazione felice degli altri può avere sulla propria vita, così come oggi si comprende, con maggior lucidità di ieri, che un sistema di violenza e di oppressione, sia pur lontano, scatena nefaste conseguenze a catena su tutti.

Del resto, i fenomeni della malavita organizzata, della diffusione della droga e del commercio delle armi, non sono universalmente riconosciuti interdipendenti tra di loro, al punto da far giudicare ingenui tutti i tentativi di combatterli con strategie diversificate?

In quinto luogo, il pendolarismo tra presa d'atto dell'interdipendenza e bisogno di rifugiarsi nel piccolo.

Per cui, per un verso si innescano processi di internazionalizzazione a livello economico, culturale, politico... per un altro verso scoppiano preoccupanti fenomeni di chiusura nei sottomultipli di identità più ampie.

Ciò che sta accadendo in Italia col fenomeno delle leghe, ciò che accade in tante parti dell'Europa con il rincrudirsi del razzismo, ciò che avviene nei paesi dell'Est col risorgere dei nazionalismi latenti, demoni perversi che minacciano di far esplodere una miscela ad alto potenziale, è molto sintomatico.

Ecco, allora. Lo scenario è cambiato. Bisogna ricomprenderlo, e una volta per tutte. Occorre allenarsi all'effimero. Diversamente il volontariato rischierà di recitare a soggetto la sua parte con gli antichi criteri teatrali dell'unità di tempo, di luogo e di azione, che oggi non reggono più, perché tempo, luogo e azione risultano sfasati rispetto ad appena dieci anni fa.

2. Bisogna ricomprendersi


"... l'ambiguità dei nostro "martirio" non ci faccia tentennare di fronte alle "onnipotenze" del mondo"  
      don Tonino Bello


È necessario, cioè, che il volontariato si ristudi la parte che deve recitare.

Che prenda sempre meglio coscienza, cioè, della sua nuova identità, i cui tratti caratteristici mi pare di scorgere in questi due elementi.

Anzitutto, il volontariato deve sentirsi il figlio primogenito, anche se non unico, della solidarietà.

E ormai diventata un classico la descrizione di questa madre nel n. 38 della Sollicitudo Rei Socialis.

"La solidarietà non è un sentimento di vaga comprensione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine e lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo veramente responsabili di tutti. Tale determinazione è fondata sulla salda convinzione che le cause che frenano il pieno sviluppo siano quella brama del profitto e quella sete del potere di cui si è parlato.

Questi atteggiamenti e strutture di peccato si vincono solo (presupposto l'aiuto della grazia divina) con un atteggiamento diametralmente opposto:

l'impegno per il bene del prossimo con la disponibilità, in senso evangelico, a perdersi a favore dell'altro invece di sfruttarlo, ed a servirlo invece di opprimerlo per il proprio tornaconto".

Ho detto che non è solo il volontariato ad essere figlio della solidarietà così intesa. Ci sono tanti moduli di impegno umano che, pur professionalizzato e retribuito e comunque gratuito o non inquadrabile in un contesto religioso, possono per la loro fondamentale onestà dirsi, a pieno titolo, figli legittimi della solidarietà.

Credo che sia dovere del volontariato operare con gioia il riconoscimento di questi fratelli germani. Come pure credo che sia suo diritto smascherare quelle "sosia" vestite come la madre ma che con la solidarietà non hanno nulla da spartire. In nome della solidarietà internazionale si fanno le guerre nel Golfo; in nome della solidarietà internazionale si sostengono i regimi sanguinari somali ed etiopi; in nome della solidarietà internazionale si schierano gli eserciti sui porti di Bari per rispedire a casa gli Albanesi dopo averli umiliati; in nome della solidarietà civile si mettono i tossici in carcere, ci si difende ghettizzando i malati di Aids e si criminalizza il diverso... dimenticando che questi infelici non sono i malati della nostra società, ma sono piuttosto quelli che portano il peso di una società malata.

Il volontariato deve essere capace di togliere il trucco a queste travestite e di scoprire gli altarini sotto le cui tovaglie sante l'ambiguità crea legittimazione.

In secondo luogo, il volontariato oggi deve sentirsi padre di cultura, più che produttore di servizi.

Generatore di coscienza critica, più che gestore degli scarti residuali dell'emarginazione sfuggiti alle ben remunerate ditte appaltatrici del bisogno. Fattore di cambiamento della realtà, più che titolare di un assistenzialismo inerte, che spesso legittima lo sfruttamento o per lo meno addormenta quel moto di irriducibilità ad ogni forma di oppressione.

Il volontariato, cioè, è oggi chiamato a promuovere coscienza critica. E il suo indubbio interesse per la marginalità deve giungere anche alla stroncatura serrata dei processi emarginativi: alla demolizione, cioè, delle "strutture di peccato", come dice il Papa, o "strutture di regressione", come dicono i vescovi nel documento Chiesa italiana e mezzogiorno.

È necessario che il volontariato si ricomprenda in questa sua fertilità progettuale, in questa sua fecondità di innovazioni, in questa sua creatività di moduli con cui riscopre lo stile della vigilanza, della denuncia, del controllo sulle logiche che presiedono alla confezione delle leggi e dei bilanci. Il volontariato deve riscoprirsi padre e non accontentarsi di rimanere tutore.

3. Bisogna ricollocarsi

"Occorre scongiurare questa specie di fatalismo che fa ritenere inutili, se non addirittura controproducenti, le scelte di campo, le prese di posizione, le decisioni coraggiose, le testimonianze audaci, i gesti profetici"


(don Tonino Bello)


II volontariato (meridionale soprattutto) deve fare una chiara scelta di posizione. Deve decidersi da che parte stare sull'ampio scenario del mondo contemporaneo. Supposto che non voglia rimanere dietro le quinte. Questo situarsi su di un preciso asse della ribalta connoterà il suo impegno, fonderà la sua credibilità e deciderà la qualità del suo servizio.

Si deve fare volontariato ascoltando Maastricht, la città dove hanno ratificato l'unificazione economica europea o ascoltando giornalmente gli immigrati del Maghreb? Dando fiducia all'Europa dei mercati o prestando l'orecchio all'Europa dello scirocco? Investendo la speranza sulle categorie elaborate dai maìtre a penser del Nord o puntando sulle logiche costruite dagli inquilini che abitano i sotterranei del Sud? Preferendo gli Osservatori collocati al centro o mettendo l'occhio ai grandangolari piazzati in periferia?

Il volontariato, insomma, oggi deve fare una netta scelta di campo. Deve schierarsi. Non può rimanere neutrale. Non può continuare ad essere pacificato. Pacifico, sì, nonviolento. Deve saper cogliere il significato conflittuale della povertà. Non gli è consentito di starsene buono in un angolo, mentre sa che in Italia ci sono otto milioni e mezzo di poveri e che nel Meridione un terzo della popolazione non si trova garantita a nessun livello, ne sociale, ne economico, ne culturale, eccettuato il livello della pura sussistenza. Non può tollerare che, stante questa sperequazione, ci si avvii poi a ratificare un nuovo patto sociale e costituzionale intessuto per intero sugli interessi dei più forti. Non gli è lecito mantenersi equidistante quando vede che il Sud d'Italia è il luogo paradigmatico dove si manifestano gli stessi meccanismi perversi che, certamente in modo più articolato, attanagliano tutti i Sud della terra.

Questa nuova visione planetaria, che ci fa scorgere come i più poveri sono sempre più numerosi mentre i ricchi diventano sempre più ricchi e sempre di meno, deve spingere il volontariato a decidersi da che parte stare se vuole che la sua azione sia demolitrice delle strutture di peccato, o rimanga invece una semplice opera di contenimento e di controllo sociale, come di utile ammortizzatore, tutto sommato funzionale al sistema che tali sperequazioni produce e coltiva.

4. Bisogna ricollegarsi...

Dovete agire nel sistema, attraverso l’aggregazione, perché questo vi dà forza";


"la Rete è qualcosa di vivo, è qualcosa di vitale ed organico, la Rete, è l’insieme di volti”.


“…La rete è un fatto politico che deve essere preso seriamente, non partitico, ma politico.”

                                               A. Zanotelli

...Questo significa due cose.

Anzitutto, che il volontariato deve trovare rapporti nuovi con gli altri attori che, sia pur con ruoli diversi, agiscono sullo stesso scenario a vantaggio delle stesse categorie a rischio.

Accettare di lavorare con gli altri, senza gelosie, senza smanie di protagonismo, senza la lusinga di sentirsi dire che si è più bravi degli altri. Promuovere una nuova cultura tra volontariato e pubblica istituzione, perché al di là di ogni equivoco di concorrenzialità, si strutturi una organica continuità di servizio a vantaggio dei poveri.


Avere la gioia di collaborare insieme a progetti buoni e magari guidati da altri, senza stare troppo a sottilizzare sul nome del progettista o sulla collocazione politica del capo-cantiere. Non star lì a menar vanto ad ogni pie sospinto, della gratuità del proprio servizio continuamente comparato con l'evolversi di altri gruppi e istituzioni (cooperative di gestione di servizi, ecc.) verso traguardi remunerativi.

Il volontariato non deve far pesare questa sua connotazione liberale, quasi che il lavoro degli altri fosse prodotto da interessi puramente mercantili. Semmai deve collocarsi come provocazione o come segno perché chi fa un lavoro retribuito dia alla sua azione le cadenze della gratuità.

In secondo luogo il volontariato deve trovare rapporti nuovi con la platea. Col pubblico dei poveri e degli emarginati nei confronti dei quali deve sentirsi beneficiato più che benefattore: perché i poveri, gli esclusi e i reietti hanno da donarci tanto. Vi ricordate quel ritornello di Fabrizio De Andre, "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior?"

Quanto hanno da darci i poveri oggi!

5. Bisogna riconnotarsi

“Siate le mani e il cuore di Cristo per i poveri”
Giovanni Paolo II



Anzitutto, tenendo presente che il volontariato meridionale (ma non solo meridionale) deve esprimersi in un contesto caratterizzato dalla caduta della legalità.

È impazzita la legge (nomos) che regola la conduzione della casa (oikia). È saltata, cioè, l'economia. Le regole di condotta, indispensabili in ogni ordinata società, sono state soppiantate da altre regole che privilegiano la forza sulla giustizia, l'arbitrio sul diritto, il "fai da tè" sugli articoli di legge, il "self service" normativo sulle istanze del bene comune legittimamente codificate.

Assistiamo, cioè, all'eclisse della legalità. Viene meno la pratica e il rispetto delle leggi, mentre si incurva la fiducia nella cultura della norma. Questo precipitare a picco della fiducia nella legge ha offerto buoni motivi per "organizzare la disorganizzazione". Sono proliferate, così, le molteplici organizzazioni mafiose, fortemente modernizzate e interdipendenti, che, poggiando su logiche clientelari, rappresentano una opportunità concreta di accedere alla ricchezza, al consumo, all'accaparramento delle risorse, all'attività imprenditoriale.

Di questa situazione il volontariato oggi non può non tener conto per calibrare il suo intervento e per prepararsi anche al martirio. Perché, se è vero che ci si deve schierare, è chiaro che si deve passare dall'altra parte del potere, si deve passare il guado, si deve smetterla con i compiici silenzi, si deve rischiare la pelle (si deve scendere nella navata della piazza e diventare mistici dell'impegno sociale) dopo aver attinto alla linfa della fede antica nel presbiterio del tempio.

In secondo luogo, organizzando la resistenza, disegnando strategie non violente, promuovendo clamorose obiezioni di coscienza al potere dei capi, alla giustizia sommaria, alle feste patronali in cui spesso il mafioso del posto vuole consolidare la sua

immagine e il suo potere apparendo come persona di chiesa e ad essa collaterale, rispondendo alle sfide dei potenti mafiosi: voi sparerete le vostre lupare, noi suoneremo le nostre campane.

In terzo luogo, coltivando l'ansia profonda di solidarietà presente nel Sud, istintivamente portato alla costruzione di una civiltà multirazziale, multietnica, multireligiosa. C'è, nel Meridione, una innata disponibilità all'accoglienza del diverso. Non per nulla il Mezzogiorno è divenuto crocevia privilegiato delle culture mediterranee, vede moltipllcarsi al suo interno le esperienze di educazione alla pace, si riscopre come spazio di fermentazione per le logiche della non violenza attiva, avverte come contrastante con la sua vocazione naturale i tentativi di militarizzazione del territorio, e vi si oppone con forte determinazione.

In quarto luogo, assumendo le categorie della pace e della nonviolenza attiva per risanare i ritardi del Mezzogiorno.

L'Europa che nasce deve fare i conti con il Sud d'Italia, il quale, nella sua coscienza emergente, si rifiuta di assolvere al ruolo di "icona della subalternanza " per tutti i sud della terra, ma vuole sempre più decisamente presentarsi alla ribalta mondiale come "icona del riscatto" dalle antiche schiavitù.

Ed è in forza di questo riscatto che il Sud d'Italia respinge la prospettiva di essere utilizzato come baluardo militare dell'Europa protesa nel Mediterraneo, come arco di guerra e non come arca di pace.

E, infine, assumendo la speranza come filo rosso che attraversa il nostro impegno e sostiene il nostro messaggio il quale, in fondo, è un messaggio di liberazione.

L'unica speranza


“Dio non piange in cielo,

piange sulla terra.
Piange in tutti gli oppressi e i sofferenti del nostro tempo.
Non possiamo amarlo
senza asciugare le sue lacrime”.



Chiudo, carissimi, narrandovi un episodio.

Non ho studiato lo spagnolo, ma quella frase l'ho capita molto bene e mi è rimasta nel cuore. La sentii mormorare nella baracca di un barrio poverissimo di Bariloche, in Argentina, da una giovane donna dagli occhi splendidi e febbricitanti, sulla cui spalla si era addormentato l'ultimo di una nidiata di bambini.

In quella città opulenta, dopo tré giornate trascorse nelle villas miserìas della Patagonia, volle condurmi il vescovo di Viedma. "Vieni, mi disse. Lì si concentra la più alta borghesia del paese. Così capirai meglio che cosa vuoi dire il Papa quando afferma che i poveri diventano sempre più poveri e i ricchi diventano sempre più ricchi".

Nel pomeriggio, poiché il vescovo era impegnato in una riunione pastorale, volli raggiungere la periferia della città. Lui stesso mi aveva detto che c'era una cintura vastissima di incredibile degrado umano e sociale.

Tra le tante lussuose fuoriserie che circolavano, fermai un taxi malandato, e mi feci accompagnare. L'autista, con un italiano approssimativo, provava gusto a indicarmi i ritrovi più celebri, i teatri e i casino, i santuari della finanza e le sedi delle più rinomate holding commerciali, le residenze dei più noti vip sudamericani, le sfarzose abitazioni dei grandi impresari argentini. Mi vide distratto ai suoi discorsi e disse, sorpreso, che era la prima volta che uno straniero gli chiedeva di raggiungere una destinazione così insolita.

Arrivammo nella periferia di colpo: senza gradazioni.

Il taxi mi lasciò sull'ultimo nastro di asfalto che divideva spudoratamente due mondi lontani: di qui le geometrie levigate della metropoli, di là l'intrico delle baracche.

Faceva freddo. All'orizzonte, si stagliavano le montagne delle Ande, e il cielo chiarissimo di quella sera di ottobre riempiva l'aria di attese. Frotte di ragazzi si rincorrevano per i sentieri sterrati, e guazzavano a piedi scalzi nelle pozzanghere dell'ultima neve di primavera. Sostenevano il filo di un aquilone, che si librava altissimo, splendido come un gabbiano, e scintillava ai raggi del sole morente, così come scintillavano di stupore i loro occhi rapiti.

Di qua e di là, catapecchie di lamiere, recinti di cartone pressato, tuguri di pietre e di frasche, da cui usciva invariabilmente un filo di fumo e il tubo di un'antenna. Sugli usci di casa le donne infreddolite contemplavano anch'esse il miracolo dell'aquilone, che le costringeva, sia pure per pochi momenti, a sollevare lo sguardo dalle quotidiane tristezze di quaggiù. Mi si avvicinò una bambina. Le chiesi il nome. Si chiamava Milagro. Solo dopo seppi che Milagro vuoi dire miracolo. Ma che quella bambina, nonostante il muco che le si era congelato sotto il naso, fosse un miracolo di tenerezza lo capii subito dal sorriso gratuito che mi regalò. La presi per mano e le chiesi di condurmi a casa sua. La seguirono subito cinque o sei altri fratellini, ed entrammo così in una baracca.

La madre, dal cui collo pendeva un bambino addormentato, mi accolse con un lampo negli occhi, di pudore e di malinconia. Sul focolare schiumava una pentola di fave. All'angolo, due sedie spagliate. Per terra, un grande giaciglio. A un filo di corda, i panni

dell'ultimo bucato. Fui incuriosito da un libro aperto sul tavolo, accanto a una pila di piatti e di scodelle. Lo presi tra le mani e lessi sulla copertina: "El Santo Evangelio de nuestro Senor Jesucristo".

Ebbi un soprassalto di commozione. Mi sembrò di essere entrato in casa di parenti, e provai a dire alla donna: "Sono molto felice che voi leggiate il Vangelo". Fu allora che lei, rimasta in silenzio fino a quel momento, aprì bocca e mormorò con un filo di voce che mi ha rigato l'anima e non si è cancellato mai più:

"Unica esperanza pornuestra pobreza". Unica speranza per la nostra povertà!

Dunque, quella baracca non era un rifugio di disperati! Lì, al centro di quel tugurio, accanto alla fiamma del camino, crepitava un fuoco ancora più robusto, affrancato dalle ingiustizie. Dunque, in quella catapecchia di gente senza nome non si tirava a campare. Lì, nella fatica delle tribolazioni quotidiane, prendevano corpo le calde utopie della rivoluzione cristiana e si alimentavano i sogni di cieli nuovi e terre nuove.

Avrei voluto abbracciare quella donna. Mi limitai a baciare il suo bambino che le dormiva sulla spalla e forse sognava anche lui. Fuori i ragazzi continuavano a correre. Nel cielo si librava, altissimo, l'aquilone. Mi parve allora, per incanto, che fosse stato ritagliato dalle pagine del Vangelo, e andasse ad annunciare la speranza cristiana alla città opulenta, giunta al crepuscolo della felicità.

Avrei voluto dire a quei ragazzi di legare il filo a un'antenna, e di lasciarlo nel cielo per sempre, quell'aquilone. Ma era già tardi. E forse non avrebbero capito. Il taxi mi attendeva sull'ultimo nastro d'asfalto.

Milagro mi accompagnò, fermandosi sul fango dell'ultimo tratto sterrato. Addio, piccolo prodigio di luce.

Quando dovrò parlare delle speranze dei poveri, penserò a tè!


Antonio Bello

 



 


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