Russi senza dimora, invisibili e sfruttati
Emanuele Giordana*
Essere ai margini non è una bella condizione da nessuna parte del mondo e la Russia non fa eccezione. Che il motivo siano problemi famigliari, la perdita del lavoro o la tragedia dell'eroina, spesso è la strada, o qualche rifugio di fortuna, a offrire l'ultima spiaggia a un mondo di discriminazioni e diritti negati. L'ultima radiografia dei bomzhi (abbreviazione di bez opredelennogo mesta zhitelstva, senza fissa dimora) si deve a Svetlana Stephenson (Crossing the Line. Vagrancy, Homelessness and Social Displacement in Russia), che l'ha appena pubblicata in novembre. Frutto di una serie di interviste condotte tra il '94 e il 2005 a chi dorme «...in stazioni, aeroporti, discariche, fogne...nelle seconde case disabitate o nelle foreste....» il saggio ricorda che sino al 1989 essere senza fissa dimora non era accettabile per lo stato sovietico. Vivere per strada equivaleva a essere arrestati, multati, carcerati o deportati per «parassitismo». Le cose cambiano di colpo con la perestroika che ferma la criminalizzazione dei bomzhi. Ma la loro esistenza diventa elemento di ansia e disorientamento in una società dove la frase ricorrente è: «so che ci sono ma non li vedo». Messaggeri di un «disastro evidente», sono la dimostrazione che «nella società vi sono profonde fratture» alle quali, dice la ricercatrice, si reagisce, a parte le organizzazioni di tutela dei diritti umani e i pochi accademici, considerando i marginali «casi patologici individuali, inabili» a una qualsiasi funzione nella società; semmai elemento di disturbo che può «minarne le fondamenta». Le stime ufficiali dicono che i «senza fissa dimora» russi sono circa 4 milioni e mezzo. E non aver dimora è un problema più che altrove. Ogni beneficio pubblico dipende infatti dalla «propinska» una sorta di permesso di residenza che viene rilasciato a chi ha i documenti a posto e, soprattutto a chi ha un indirizzo permanente. Così i diritti «seguono la casa più che il suo residente il che significa che se perdi la casa perdi la tua propinska», spiega la Fondazione Nochlyezhka (Rifugio notturno) di San Pietroburgo che proprio in occasione dell'ultimo G8 ha condotto una battaglia per evitare che ripulire le strade per il summit significasse spazzare anche i bomzhi, almeno 8mila, dalla città. Ma, sostiene una ricerca della Fondazione, se questi sono i numeri di chi vive per strada, i «senza propinska» erano 54mila nel periodo 94-96. Adesso probabilmente di più. Senza propinska non si può ottenere un lavoro «legale» (in realtà, testimoniano altre ricerche, gran parte dei marginali un lavoro ce l'ha), né si può avere accesso ai servizi sanitari o alla registrazione elettorale. Si perdono così tutti i diritti. Le ricerche che disegnano il chi è del bomzhi dicono che il 35% ha perso casa per motivi di famiglia, che il 18% sono ex condannati (sino al '95 andare in prigione significava perdere il diritto alla casa), il 15% sono vittime di frode sulla proprietà, il 24% è costituito da migranti.
*Lettera22 FONTE:www.ilmanifesto.it |