INEDITI: Escono in volume le lettere di Hans e Sophie Scholl, i due giovani fondatori della «Rosa bianca» vittime del nazismo
Due fratelli contro Hitler
fonte http://www.avvenire.it
Prima
di essere arrestati per aver distribuito volantini antinazisti, vissero
la vita da giovani cristiani. Leggevano Dostoevskij e Bernanos, Thomas
Mann e Guardini
Di Marco Roncalli
La vicenda della "Rosa Bianca" - un gruppo di giovani tedeschi uniti
dall'amicizia, da un profondo senso religioso e della libertà vissuti
integralmente - è ben nota. Come lo è la fine dei fratelli Hans e
Sophie Scholl, che insieme all'amico Christoph Probst - appartenenti
alla Rosa Bianca - furono giustiziati il 22 febbraio 1943 nel carcere
di Monaco-Stadelheim. Pochi giorni prima erano stati arrestati
all'Università di Monaco dopo aver distribuito volantini che incitavano
alla resistenza contro Hitler e chiedevano libertà per quello stesso
popolo tedesco in nome del quale fu poi emessa la sentenza di morte.
Che il loro non sia stato solo il gesto eroico di un momento, è stato
già documentato da libri, mostre, documentari, ed anche in un recente
film, tuttavia andare alla fonti è sempre esercizio raccomandabile.
Ecco allora l'importanza di un libro appena uscito per i tipi di Itaca
(Hans e Sophie Scholl. Lettere e diari, pagine 267, euro 12,50, con una
prefazione di Paul Josef Cordes) che, coprendo i sei anni dal '37 al
'43, permette di scoprire l'anima dei due fratelli: attraverso
resoconti legati alla loro quotidianità, ma anche ai grandi valori sui
quali era imperniata. E che rende conto, pur con diversi omissis
(regolarmente indicati), di cosa possa essere un autentico attaccamento
alla vita in tutte le sue espressioni: dagli affetti familiari
all'amore, dalla musica alla natura, alla cultura, alla bellezza. Sì,
un attaccamento alla vita - nella Germania nazionalsocialista, in
luoghi di studio o di lavoro, ma anche a Versailles o persino al fronte
in Russia, in un asilo o in una fabbrica d'armi… -, che passa dentro
passeggiate nei boschi o letture di Thomas Mann e Bernanos e
Dostoevskij e Guardini, in una sbronza d'acquavite o nei disegni di
caricature fra amici, e in pensieri legati ai cicli delle stagioni, ma
anche della liturgia, con il ritorno del Natale, della Pasqua, e che,
soprattutto, pulsa dentro l'adesione a valori che nemmeno la morte ha
potuto canc
ellare. «Mia cara mamma, mi è arrivato tutto e in buono stato (…).
Grazie per la lettera. Le parole della Bibbia sono splendide. Mi hanno
restituito la mia antica calma. Mi auguro solo che torneremo ad essere
persone felici. Non vogliamo vivere come i martiri, nonostante che a
volte ce ne sia occasione», si legge in una delle prime lettere spedite
da Hans chiamato al servizio militare e distaccato al reparto
cavalleria di Bad Cannstatt, alla periferia di Stoccarda. Di lì a poco,
dopo essere stato costretto alla custodia preventiva a metà dicembre
del 1937 quale simpatizzante di movimenti giovanili proibiti, ecco un
altro frammento epistolare di Hans: «Mia cara mamma (…) Io sono ancora
giovane, e non voglio fare il saggio né l'uomo vissuto; ma sulle fiamme
tremanti di un animo giovane a volte mi capita di percepire il soffio
perpetuo di un qualcosa di infinitamente grande e di silenzioso. Dio.
Il destino». E nell'ottobre '42, sempre Hans, scrivendo alla sorella
Inge su questa stagione, virgoletta «E' autunno (…) Non attendo con
impazienza la primavera, perché devo prima morire, perché la caduta
delle foglie per me vale molto di più dello sbocciare vitale delle
gemme». Mentre scrivendo alla "sua" Rose Nagele il 16 febbraio '43, due
giorni prima dell'arresto, Hans quasi sentenzia «oggi devo essere
quello che sono. Sono lontano da te, fuori e dentro, ma in nessun modo
mi sento estraneo da te. Mai la mia stima per la purezza del tuo cuore
è stata così grande come in questi giorni, quando la mia via è esposta
ad un pericolo costante. Ma poiché io stesso ho scelto il pericolo,
devo dirigermi libero, senza vincoli, là dove posso incontrarlo». Nello
stesso giorno invece in una lettera per il "suo Fritz" (a proposito del
quale sul suo diario il 12 dicembre '41 annotava «ho capito che quando
amo qualcuno non posso fare niente di più bello che includerlo nella
mia preghiera. Se amo una persona con tutta la mia buona volontà, l'amo
secondo la volontà di Dio (…) Voglia il Signor
e che io possa imparare ad amare Fritz nel Suo nome»), così Sophie
scriveva «I 150 kilometri che ci sono tra Ulm e Monaco mi fanno
cambiare in modo così rapido, mi sorprendo da sola. Mi trasformo dalla
bambina innocente e scatenata, all'adulta che cammina con le sue gambe.
Infatti questo stare da sola mi fa bene, anche se a volta non è facile,
perché le persone mi viziano. Ma mi sento al sicuro solo là dove c'è un
amore disinteressato. E questo è relativamente raro». L'elenco,
spigolando dalle pagine, potrebbe continuare con tanti altri lampi di
luce nella notte dell'orrore nazista che ancora - e non è retorica -
possono illuminare le nuove generazioni.