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In questo weekend abbiamo affrontato insieme il tema della preghiera. Abbiamo scoperto come alcuni di noi abbiano sempre, o in alcuni momenti della loro vita, costruito una routine di preghiera e come altri invece siano ancora alla ricerca della maniera più adatta per pregare.

Vivere davvero!

Valentina del GIM di Verona riflette sul vangelo di GV 4, 46-54

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In questo weekend abbiamo affrontato insieme il tema della preghiera. Abbiamo scoperto come alcuni di noi abbiano sempre, o in alcuni momenti della loro vita, costruito una routine di preghiera e come altri invece siano ancora alla ricerca della maniera più adatta per pregare. Mi fa a tal proposito piacere ricordare alcune parole di Ermes Ronchi che abbiamo letto insieme in questi giorni:

"pregare non è dire preghiere, formule o ripetere parole.
Pregare è come voler bene. La preghiera è già in noi. Tutto prega perché tutto è in cammino verso Dio e noi siamo la voce cosciente di questo cammino universale verso Dio.
Dice un padre della chiesa: “vale più un minuto nell’intimità che mille salmi nella distrazione”.
Allora non lasciamoci oscurare dal velo della quantità di parole dette nella preghiera, ma cerchiamo l’istante nell’intimità con Dio.
Imparare a pregare con la gioia di vivere, nel piacere di esistere, provato anche inconsciamente. Quando tu riesci a ricollegare questo a Dio, tu stai pregando".

Abbiamo quindi affrontato la pagina di vangelo che ci presenta il secondo segno citato dal vangelo di Giovanni grazie alla catechesi  di suor Kathia, preceduta però da un momento personale di incontro con la parola per ascoltare quello che quel giorno aveva da dire proprio a ciascuno di noi.

Il brano di vangelo (Gv 4, 46-54) è ambientato in Galilea, nella città di Cana. Gesù incontra un funzionario del re e quindi un uomo di potere, di statura sociale elevata, che lo avvicina. Quest’ultimo lo avvicina e gli chiede di scendere; non gli fa subito la richiesta che lo ha portato a mettersi in cammino, ossia la guarigione del figlio gravemente malato. E Gesù sembra quasi rispondere contrariato, ma ciò che fa è in realtà cercare di sollecitare la fede dell’uomo, la sua perseveranza nella preghiera e nella richiesta. Gli chiede di riconoscerlo senza averlo di fianco ma grazie a quello che lui vive sul cammino.

Ed è proprio la forza della fede, l’ostinazione di chi spera con fiducia nel Signore, che guarisce il bambino. Con la fede il funzionario del re ottiene la guarigione del figlio ed ottiene anche di scoprire la strada che conduce a Dio. In questo brano di Giovanni si sottolinea quindi la fede nella Parola: essa, anche a distanza e in assenza di Gesù, agisce con concretezza. La Parola oggi ci chiede di viverci in tre passi: - parto da un bisogno, - mi fido e mi sento riconosciuto per quello che sono, con la mia fragilità di uomo, - ed infine mi affido a Dio. Questo è proprio il percorso che viene compiuto dal funzionario che viene prima riconosciuto, amato e chiamato uomo e poi infine chiamato padre.

Dio infatti non rimane indifferente alla nostra richiesta di aiuto, come può sembrare inizialmente, ma ci accompagna sul cammino che dobbiamo fare, ognuno diverso e personale. L’incontro del funzionario ha portato all’inizio del suo cammino e lui inoltre, tornando a casa, diventa testimone nella sua famiglia, tra la gente che conosce.

La fede crede all’amore del Signore sulla sola Parola, che racconta i segni che già ha operato. Questa fiducia è la vita stessa di ogni persona.

Siamo stati poi invitati a leggere, partendo da questo brano di vangelo, alcuni scritti di S. Daniele Comboni. Comboni dice: “il missionario e la missionaria sono donne e uomini catturati da Dio, il quale abita il loro cuore, è il loro Tutto e dà calore ed energia alla loro esistenza, anche se è di notte” e ancora “il missionario, che non avesse un forte sentimento di Dio ed interesse vivo alla sua gloria e al bene delle anime, mancherebbe di attitudine ai suoi ministeri, finirebbe per trovarsi in una specie di vuoto e d’intollerabile isolamento”.

La domenica si è poi conclusa con la testimonianza di Malice, una donna keniana ora impegnata nella collaborazione con una cooperativa di Verona che si dedica alle giovani migranti. Questo incontro ha fatto risuonare il concetto di contemplattività di cui parlava don Tonino Bello, ricordando come la preghiera non debba fermarsi alle parole pronunciate, a una realtà di contorno, ma debba piuttosto convertirsi in impegni concreti. Il vero cristiano, ripeteva, è un contemplattivo perché il suo rapporto con il Signore non va vissuto come fuga dal mondo e dai problemi quotidiani.

Ci auguriamo quindi cari gimmini di coltivare nella nostra vita quel movimento e quella dinamicità che ci permettono di continuare il cammino che abbiamo deciso di intraprendere sulla base della fede in Dio e che spesso è faticoso e richiede a noi stessi di scendere e abitare la nostra umanità e la nostra fragilità.  

La fede è un esercizio di vita, ama la vita più della tua logica
e solo allora ne capirai il senso profondo,
è solo amando la vita che si trova Dio
e solo trovando Dio si raggiunge la pienezza della vita.
 

Valentina del GIM di Verona

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