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Testimonianza di Marco e Mariagrazia: la loro vita da laici comboniani

Una vita improntata su uno stile di vita sobrio, giusto e, soprattutto, comboniano. Una fede che ha condizionato scelte importanti di “non ritorno” e che dirige le scelte quotidiane di una famiglia che viaggia sulle orme di Comboni.

Marco e Mariagrazia, rispettivamente educatore e medico, in compagnia dei loro tre bambini, sono venuti a dare la loro testimonianza durante il weekend GIM di Venegono. Hanno raccontato la loro storia e come le scelte che hanno compiuto nel loro percorso di coppia e di famiglia siano state condotte da un unico filo rosso: un sentimento di gratitudine forte e il desiderio di una vita vera e giusta per tutti.

Marco e Mariagrazia, due giovani impegnati nella parrocchia, capito che la loro amicizia era impregnata di un sentimento più profondo, decidono di stare insieme. Tuttavia entrambe condividono un forte desiderio di uscire fuori, sono attratti dalla missione e dunque insieme cercano una modalità per dare vita a questo loro sogno. Dopo varie ricerche, Mariagrazia ritrova un articolo di padre Alex Zanotelli, che richiamava a una giustizia intesa come vita vera per tutti. Perciò, rimasti affascinati da queste parole, decidono di seguire l’orma comboniana.

Iniziano dunque il percorso GIM come coppia, non escludendo in ogni caso una possibilità di una chiamata dal punto di vista vocazionale. La decisione di cominciare questo percorso si è rivelata per loro un punto di non ritorno: non si può tornare come si era prima dopo un’esperienza così forte.

Concluso questo cammino, insieme partono per un mese in Uganda, dove vivono una forte esperienza missionaria a contatto con la gente, con le persone. Ritornati, si rendono conto che per loro è necessario continuare in qualche modo il percorso GIM; sentono la necessità di fare una scelta importante che non si riduca al solo incontro mensile. Perciò decidono di entrare in una comunità di Laici Missionari Comboniani: un’altra scelta di non ritorno, a tutti gli effetti vocazionale, che ha condizionato e cambiato la loro vita radicalmente.

Intanto la loro vita di coppia prosegue con il matrimonio, il trasferimento a Parma per concludere gli studi e il ritorno a Milano, coronato dalla nascita del primo figlio.

Tuttavia il desiderio di lanciarsi in un’altra missione ad gentes fuori dall’Italia ribolliva nei loro cuori, dunque ripartono come famiglia laica comboniana per l’Uganda, dove vivranno e lavoreranno nei rispettivi ambiti professionali per tre anni. Questa partenza si è rivelata un’altra scelta di non ritorno: sebbene le loro famiglie non fossero per niente entusiaste, lasciano tutto e volano verso un luogo che segnerà le loro vite, e soprattutto quella del figlio piccolo, per sempre. Infatti Marco ha sottolineato come una “scelta fuori dal comune” sia carica di un senso di responsabilità maggiore: mentre i bambini della stessa età di loro figlio iniziavano corsi di nuoto, andavano all’asilo nido, avevano tutti i giochi più sofisticati e ogni sorta di comodità; loro avevano catapultato il loro figlio in un mondo dove avrebbe sperimentato opportunità di crescita diverse, circondate anche da rischi ben maggiori.

Nonostante tutte le difficoltà del caso, partono e vivono l’esperienza con un’apertura mentale tale che li porta a modellare il loro operato secondo le esigenze del luogo. Questa attitudine permette loro, inoltre, di prendere una ennesima decisone di non ritorno: l’adozione di un altro bambino.

Conclusi i tre anni, decidono di tornare a casa, dove continuano il percorso nella comunità di laici di Busto Arsizio: si reinseriscono, trovano lavoro e comprendono che sono chiamati a compiere una missione nel luogo in cui vivono, essendo una realtà sociale chiusa nei confronti delle politiche di integrazione e accoglienza. Ad esempio, decidono con le altre famiglie della comunità, di accogliere dei migranti e una famiglia camerunense nel luogo in cui vivono.

Nel frattempo nasce una terza figlia e la loro vita aperta alle sfide quotidiane continua: ogni giorno cercano di portare avanti un modo di vivere secondo giustizia, compiendo scelte coerenti a partire dalle piccole cose, come il rifiuto della televisione o l’uso di pannolini non usa e getta. L’obiettivo infatti è cercare di cambiare il sistema nel piccolo, rimanendo in questo sistema.

Concludendo il racconto della loro storia, Marco e Mariagrazia hanno sottolineato come le loro scelte non siano state salti nel vuoto, ma come siano frutto del seme che ognuno di noi ha dentro. Quel seme di cui non conosciamo il frutto o come sboccerà: come per magia questo seme fiorirà e noi dunque dobbiamo essere pronti preparando il terreno.

La scelta di entrare a far parte della comunità di laici comboniani li aiuta a dirigere le loro scelte, dalle più grandi e difficili e quelle più banali e quotidiane, perché una vita improntata sul bene e sulla giustizia non si può portare avanti da soli. Infatti Mariagrazia ci ha ricordato come il rapporto tra le famiglie sia più profondo di un legame puramente amicale: la condivisione e la scelta comune è più profonda.

Inoltre le esperienze in Uganda hanno insegnato loro a dare valore al tempo, a non sfruttarlo secondo una logica “usa e getta”.

Il loro stile di vita inevitabilmente influisce sulla crescita dei loro figli, che portano in sé il seme di una vita missionaria e sobria e, raccontando agli altri la loro esperienza, diventano anche testimoni.

Per concludere, in tutto ciò Daniele Comboni cosa c’entra? Marco e Mariagrazia non hanno esitato a rispondere a questa provocazione: Comboni ci insegna a credere nella rigenerazione del mondo in cui viviamo, non solo dell’Africa, intervenendo sulla giustizia sociale, partendo dalla costruzione di legami di pace, giustizia, rispetto del creato. Si deve avere fiducia nella rigenerazione delle comunità, affidandosi alla presenza di quel seme in ognuno di noi che ancora non si conosce, ma che porterà i suoi frutti buoni.

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