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LiberaInformAzione: Una conversazione con Paolo Barnard

Il 28 Novembre 2008 presso i missionari comboniani di Padova, in occasione della rassegna DIRITTI PIU' UMANIi, il Centro di documentazione Paulo Freire, Rete Radiè Resh e Facoltà di Intendere hanno organizzato un incontro sul diritto all'informazione critica:

LiberaInformAzione
Strumenti per un’informazione consapevole: una conversazione con
Paolo Barnard
-  giornalista e attivista per "un mondo migliore" -


Vi proponiamo qui di seguito i frutti di questa serata:


 


Intervista a Paolo Barnard

Il percorso di Paolo Barnard
«Ho iniziato a fare il giornalista come si faceva il giornalista, con la gavetta. Nel mio ideale fare il giornalista significava occuparsi di temi, capirli, riassumerli e porgere la spiegazione al pubblico.
Ho cominciato con la carta stampata dal 1994 e ho lavorato a Report fino al 2004. Mi sono specializzato negli esteri, in quel giornalismo d’inchiesta che in quegli anni era il fiore all’occhiello del giornalismo. Ho costruito una carriera su questo. Poi tutto si è decostruito: sono nato con un carattere che non si adatta, ho sempre dei dubbi sulle informazioni che mi vengono date; ho rotto troppo le scatole, così da un certo livello di giornalismo abbastanza riconosciuto mi sono ritrovato a zero».

L’informazione non esiste più
«Non mi riconosco più nel mondo dell’informazione perché l’informazione non esiste più. Esiste soltanto una struttura fatta di gruppi di interesse che si replica anche nei settori più liberi dell’informazione. È una caratteristica tipicamente italiana: quando due italiani si mettono insieme hanno la tendenza a “fare una parrocchia” invece di stare con uno sguardo libero, aperto, a 360°.
Fare il giornalista significa avere un radar che gira intorno, osserva, non si allea con nessuno. Il giornalista dovrebbe essere uno che monitorizza le fonti che gli stanno intorno, anche quelle che gli passano i colleghi, nonostante sia naturale non farlo perché quello che ti passa il tuo amico ti va bene. Il giornalista dev’essere un “uomo solo” nella sua professione, in grado di mettersi contro chiunque e questo non lo fa più nessuno, per questo l’informazione non esiste più.
Oltre a questo esistono interferenze esterne e giochi di potere che fanno sì che tutto venga ulteriormente filtrato».

Come arrivare ad un’informazione “altra”?
«Cosa può fare la semplice persona di fronte a questa inesistenza dell’informazione? Semplicemente considerare che tutto quello che gli viene detto non è vero, pensare: “Quello che mi viene detto è una fonte: la considero, ma sapendo che di fonti ce n’è tante”. Come facciamo allora a capirci qualcosa? Non c’è una risposta, ma possiamo costruire una visione possibile della realtà basandoci sul parametro più vicino al vero, cioè noi stessi. Ognuno, anche se sprovvisto di conoscenze specifiche, deve sforzarsi di fare la propria sintesi e poter dire “Io arrivo a credere a questo”. La persona deve fare il proprio giornale con la propria prima pagina, i propri titoli, il proprio articolo di fondo e così via. È un lavoro gigantesco che ognuno deve sforzarsi di fare se vuole capire qualcosa.
Ecco un aneddoto che vi fa capire come chiunque possa fare questo lavoro. Un giorno ero in treno e parlavo con una persona del mio libro sul terrorismo, Perché ci odiano. Ad un certo punto una signora mi chiede di fare una telefonata al suo posto e per ringraziarmi tira fuori dalla valigia un vassoio di paste e le offre a me e agli altri passeggeri. Dopo un po’ riprendo il discorso sul mio libro e un signore attempato con un pacco di riviste tipo Chi, Oggi, ecc mi chiede: “Secondo lei noi potremmo voler male a questa signora che ci ha trattato così bene?”. “No”, ho risposto io. E lui “Allora se i terroristi ci odiano gli avremo pur fatto qualcosa!”. Aveva riassunto in tre parole quello che io avevo spiegato in 240 pagine nel mio libro. Era arrivato ad una conclusione straordinaria nonostante le scemenze con cui gli avevano riempito la testa i telegiornali e le riviste.
Questo per dire che quando una persona si affida a se stessa, si mette al centro, arriva alla verità. Non può sbagliare, perché è la sua verità».

Perché l’informazione non esiste
«I problemi dell’informazione non sono dovuti solo alla tendenza a formare parrocchie. Anche se vivessimo in un mondo ideale di gente che protegge la verità come una fiammella dal vento, ci sono falle strutturali che falsificano la notizia.
Innanzitutto, chi osserva il fenomeno non ha né l’obiettività del fenomeno né la conoscenza adeguata del territorio e della cultura del luogo: la partenza stessa, quindi, è precaria. A questo si aggiungono problemi nei passaggi delle informazioni: basti pensare che il 99% delle notizie è lavato da una sola agenzia di stampa. Infine, i giornalisti sono dei falsari: la censura è prima di tutto “autocensura”: nessuno è disposto a dire qualcosa che sa non sarà gradito, dopo la fatica fatta per conquistare la sua posizione».

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Laboratorio
"La prima pagina ideale"
Domande del pubblico a P. Barnard

In seguito ad una breve attività laboratoriale, in cui i partecipanti all’incontro hanno ricostruito una “prima pagina” ideale con le notizie della settimana, da quelle di cronaca e politica a quelle più leggere, sono state rivolte delle domande a Paolo Barnard. Così è continuata la conversazione con il giornalista.

Qual è la tua sintesi, la tua prima pagina?
«Io non memorizzo più le notizie. La mia non è più una sintesi fatta guardando i giornali, nel mio giornale io ho le stesse notizie da molto tempo.
La prima è che noi oggi non siamo più capaci di cambiare il nostro tempo e questa è una tragedia incredibile. L’obiettivo dell’informazione è proprio quello di farci distogliere lo sguardo dai titoli importanti che ognuno di noi mette nel suo giornale. E noi non abbiamo più tempo di informarci, organizzarci, agire, rompere le scatole. Ma per cambiare il nostro tempo ci vuole tempo!
La seconda è anche il titolo di un mio libro, La fine della storia: si tratta di un percorso che ci ha portati a dover scegliere perennemente tra lo schifo e l’orrore. Stiamo arrivando alla paralisi della vita, in cui non è più possibile pensare a nient’altro. Così diventiamo incapaci di salvarci la vita, ci convinciamo che il nostro futuro è quello della gallina nel pollaio, che passa la vita a chiedersi se 2 m2 di merda sono meglio di 4 senza riuscire a vedere i monti e le vallate fuori. Ci convinciamo che abbiamo raggiunto la libertà quando il muro di alluminio della lattina dentro cui ci troviamo si sposta di 10 cm. Basti pensare che oggi non si discute più di diritti ma del grado di abolizione dei diritti».

Il modo di riportare le notizie dipende anche da quanto si pensa di poter vendere. La stampa religiosa, secondo te, non dovrebbe essere più libera?
«Come fa ad essere libera la stampa religiosa? Io sono del parere che il Vaticano abbia il diritto, che ha chiunque altro, di difendere la sua visione e quella dei fedeli che rappresenta. Ma la visione religiosa è una visione dottrinale, è una fonte utilissima ma non più vera delle altre. Il problema è che quando il Vaticano prende posizione contro certi temi tutti lo considerano, quando parla di povertà non se lo fila nessuno».

Mi sto rendendo conto che credo più a quello che sento sui giornali che non a quello che vedo di persona.
«Tu credi di più ai giornali perché pensi che la tua esperienza sia piccola, quindi non ti metti al centro. Quando imparerai a metterti al centro smetterai di credere ai giornali».

Cosa pensi della situazione di Napoli, è stata vera emergenza o una notizia amplificata per la campagna elettorale?
«Tutte le emergenze vengono manipolate per vendere giornali e distogliere il nostro sguardo. Così è stato anche con la camorra: è diventata ipertrofica, non si sente parlare d’altro».

Ci spieghi la questione Report?
«È stato uno dei tanti esempi di censura legale, per cui i giornalisti veramente indipendenti prima o poi vengono scaricati dagli editori. Per questo in Italia non si fanno più inchieste».

L’Italia sembra avere qualcosa di genetico che le impedisce di portare avanti un’informazione nel vero senso del termine.
«Gli italiani hanno una tendenza spiccatissima a formare parrocchie. È un paese di persone che si sentono piccole, che non hanno nessun senso del diritto. Siamo ammalati di disistima, al punto che non ci sentiamo indegni di niente.
Facciamo il confronto con un altro popolo, prendiamo ad esempio gli inglesi: gli inglesi sono il peggior popolo che esista, hanno straziato il mondo e hanno messo le basi per tutti i mali del mondo. In qualsiasi posto andassero, anche il più sfortunato di loro si sentiva padrone sugli altri perché bianco. Oggi, la stima gonfiata di sempre è diventata inciviltà reciproca: quando sono andato a vivere in Inghilterra, negli anni ’80, sono rimasto colpito da quanto si trattino male tra loro, dal loro senso di impietosità reciproca.
Gli italiani, invece, sono un popolo piccolo, che si disprezza. Le feste in piazza non servono a niente, quello che ci vuole è un lavoro di secoli che comincia dal dire al nostro vicino “Mettiti al centro”»

Come dovrebbe essere la televisione secondo te?
«La televisione, e più in generale l’informazione, rispecchiano noi stessi. La domanda diventa quindi: come dovremmo essere noi per avere una televisione di un certo tipo?
Secondo me, la televisione dovrebbe essere un contenitore in cui stipare dentro di tutto: i giornalisti dovrebbero essere degli spalatori e buttare dentro il più possibile, lasciando agli spettatori il compito di fare la selezione; per fare questo i giornalisti dovrebbero perdere di importanza, essere più umili»

Cosa pensi del teatro d’inchiesta?
«Sicuramente è molto accattivante, perché entra in gioco il fattore emozionale, ma è una fonte come le altre, quindi va considerata come se fosse un titolo in bianco e nero. »

Cosa pensi del fenomeno del movimentismo?
«Anche un gruppo di persone volenterose possono formare una parrocchia e nascondere –non dire- delle cose. Il movimentismo non ha portato al cambiamento e questi per due motivi:
-    Non ha l’umiltà e la pazienza di creare un consenso orizzontale. Basti pensare che le destre sono riuscite a cambiare il mondo in 35 anni senza sfilate.
-    Si è consegnato a leaders ipertrofici, senza i quali sembra che non si possa fare niente, sottraendo così all’individuo la possibilità di diventare importante. »

Esiste la possibilità di un’informazione alternativa?
«Finché non c’è un’abitudine etica profonda e l’abitudine del cittadino a farsi il suo giornale, non c’è informazione. Io sono passato dai massimi giornali italiani al mio sito. Cosa c’è di più piccolo? Ma non importa, perché così io sto facendo informazione. »

Secondo te la rete può rappresentare una possibilità di informazione?
«La rete è costituita da milioni di fonti. Ci sono le buffonate, ci sono cose intelligenti. La rete, essendo un bacino più grande, ha più possibilità di farci arrivare notizie. Ma siamo tutti fonti, non dovremmo diventare personaggi. »

Quindi non hanno più valore positivo quei personaggi che nella loro vita hanno saputo incarnare con coerenza degli ideali?
«Il personaggio non deve essere la tua guida, è una persona che incontra un valore tuo. Tu  rimani comunque il centro. Lui può aver fatto meglio di te, ma i valori sono i tuoi. Devi sempre far riferimento alla persona con senso critico, ricordandoti che in lei ci sono aspetti da prendere ma anche stupidaggini. Chi è più capace di te al mondo? Chi può fare più di te? Nessuno può fare più di te. Dice un proverbio indiano che se salvi una vita cambi l’intero mondo. Non farti abbagliare dai personaggi. Sono solo fonti, se non ce l’hai dentro tu puoi avere tutti i Gandhi del mondo ma non servono a niente. Ti devi sentire Gandhi. »

Mi sembra che noi italiani abbiamo la mania di delegare. Da cosa deriva secondo te?
«La delega è la fuga dalla responsabilità. È la società stessa che si auto delega, perché non ci possiamo permettere di avere cittadini forti.
È terribile la disistima di cui siamo vittime. Dalla scuola -e ancor prima dalla famiglia- la nostra autostima esce distrutta. Ma perché non ci aiutiamo l’un l’altro ad amarci di più? Che non vuol dire andare in piazza. Vuol dire partire dal figlio, dalla moglie, da chi abbiamo vicino. Occorre incoraggiare le persone a sentirsi degne. Le persone sono bombe di potenzialità che si fanno piccole così. Tantissime persone si illuminano quando vedono che qualcuno li ascolta. Ma conosco pochissime persone che ascoltano qualcuno a prescindere. Occorre aiutare le persone a sentirsi amate, non dobbiamo fare altro. »

Tu prima parlavi di fine della storia, ma mi sembra che nelle tue parole ci sia anche speranza.
«La fine della storia è un pericolo. I numeri di coloro che si adoperano per cambiare la storia si sono ristretti terribilmente. Le persone si disabilitano pian piano a cambiare il proprio tempo. Siamo rimasti in quattro gatti con un secchiello e un foglio di carta assorbente in mano. Se anche questi quattro gatti vengono disabilitati è disperante. Io non so se ho speranza, lotto perché è un mio riflesso condizionato. Ma se ci fosse speranza non saremmo messi così. »

È chiaro che se una persona vuole vivere deve stare in qualche modo dentro al sistema. Come si può dialogare con il potere?
«Non si può dialogare con il centro di potere. L’unica cosa da fare è voltargli le spalle. Quello che possiamo fare per passare dal contenimento del disastro al cambiamento è disinteressarci del potere e fare il lavoro orizzontale di cui parlavamo prima: una contaminazione orizzontale dei popoli perché poi i popoli portino in alto la pressione. Non possiamo aspettare che il cambiamento venga dall’alto, i leaders sono solo dei disgraziati che ci fanno perdere tempo»

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