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Don Zeno Saltini

un nuovo modo d'essere prete

  don Zeno Saltini: un nuovo modo d'essere prete

Sacerdote-Padre e Sacerdote-Fratello

Don Zeno Saltini (Fossoli, Modena, 1900, Grosseto 1981)

 

(testo a cura di Fausto Marinetti (Milano, 1942): licenziato in teologia, si dedica agli emarginati. L’incontro con Zeno gli cambia la vita. Per dieci anni (1969-1979) gli fa da aiutante e confidente. Imbevuto del suo amore per i popoli-fratelli, s’immerge nelle stigmate del nordest brasiliano (1982-2000). Denuncia le cause dell’ingiustizia strutturale con libri-testimonianza (L’olocausto degli empobrecidos, 1986, 7^ edizione). Visita vari paesi come reporter per diverse riviste missionarie (1999-2000). Rientra in Italia nel 2000 e si dedica all’approfondimento e diffusione del messaggio di don Zeno. Nel 25° del suo trapasso e 75° della nascita di Nomadelfia, gli dice “grazie” con questo libro-di-vita: "don Zeno, obbedientissimo ribelle" - ed. La Meridiana)

 


Per approfondimenti, confrontati con la figura di don Alessandro Santoro

 

Scheda biografica

Cresce in una famiglia patriarcale emiliana. A 14 anni rifiuta la scuola, a 20 la civiltà. Si dedica ai piccoli delinquenti. Studia da avvocato per difenderli in tribunale ma si rende conto che hanno bisogno della famiglia. A 31 anni, sacerdote, prende come figlio un ex-carcerato. Nel ‘41 accoglie una ragazza che scappa di casa per fare da mamma agli abbandonati. Predica in piazza, propone alle famiglie di fraternizzarsi. Nel ‘45 lancia il movimento dei due mucchi: “Chi ha i soldi da una parte, chi non li ha dall’altra…”. Nel ‘48 occupa l’ex-campo di concentramento di Fossoli. Sulle macerie dell’odio nasce Nomadelfia: dove la fraternità è legge. I visitatori accorrono, le signore-bene lasciano i gioielli, sei frati fuggono dal convento. Pretende di svuotare gli orfanotrofi, liberare i carcerati, fare la politica di Dio. Nel ‘50 ripropone al popolo di fraternizzarsi. Nel ’51 i suoi negano il voto alla DC, la quale induce il Vaticano a ritirare i sacerdoti da Nomadelfia (‘52). Allontanato il comandante, l’equipaggio disperso, alcuni figli tornano alla malavita. Nel ‘53 chiede la laicizzazione: “Se non posso essere loro padre come sacerdote, lasciatemelo essere come laico”. Nel ‘62 è reintegrato.


Un modo nuovo d’essere prete

D’inverno, i compagni di Zeno sempre più magri, a lui non manca niente. Vogliono convincerlo di essere nato fortunato. “Niente affatto, siamo nati tutti nudi”.
Gli ripugna che il figlio di NN, della prostituta, del carcerato sia discriminato. A 14 anni rifiuta la scuola, a 20 la civiltà: “Né padrone né servo, cambio civiltà in me stesso”.
Fonda una scuola di arti e mestieri per i piccoli delinquenti. “Diamo loro cibo, istruzione, lavoro ma, noi gratificati, loro umiliati; noi assistenti, loro assistiti; noi al di sopra, loro al di sotto. Impossibile essere fratelli alla pari”.
Studia da avvocato per difenderli in tribunale. La laurea in mano: “Potrei mitigare la pena ma sono stanco di fare il bene in modo che tutto rimanga come prima. Curare è bene, prevenire è meglio. Basta con l’assistenzialismo, mi faccio prete”.
Dopo un anno di seminario si presenta all’altare con Barile, un ex-carcerato (6.1.’31). Il primo di quattromila. “La mia messa è quella lì: sposo la Chiesa, le do un figlio, non un assistito. Odio l’assistenza”.
Può sembrare una cosa irrilevante invece è l’inizio di un modo nuovo di essere prete. Non per sentirsi buono, dissetandosi con le lacrime degli sventurati, ma perché le vittime lo costringono a individuare i delitti sociali, a sentirne la complicità, a coltivare la passione per una società diversa. Come trasmettere Dio a un figlio di nessuno, che del padre ha conosciuto solo le botte e l’abbandono? “E’ venuta da noi una ragazza con due figli avuti da suo padre. Umiliata, finita. Chi può dirle che Dio la ama come un papà?”.

Appena prete gli capitano dei fatti strani. Le suore gli affidano un abbandonato. Il parroco si complimenta: “Che bel nipotino!”. La perpetua lo cura ma quando il sacerdote scopre la verità, sbotta: “E se fosse figlio del peccato?”. “Non l’avrà concepito il diavolo! Più che nipote è figlio, perché noi siamo padri e se lei non è padre ha sbagliato mestiere”.

Nel ‘33 nasce l’Opera Piccoli Apostoli, la sua famiglia. Perché rinchiuderli nei collegi e volergli bene otto ore e con lo stipendio? Si sparge la voce. La canonica si riempie di abbandonati, la coscienza di interrogativi: “Va bene accoglierli ma così siamo servi del sistema, che produce vittime e chi gliele cura. E’ meglio battersi in piazza, perché sono frutto di una politica sbagliata. Se non si cambiano le strutture, non cambia niente”.
Nel ‘37 arrivano le suore. La sera si ritirano e i bambini restano soli. Un tenore di vita che non ha nulla a che fare con il calore familiare. Gli regalano una gallina. A cena trova i ragazzi alle prese con le zampe e le ali. In cucina sorprende le religiose in azione sulle cosce e il petto. “Quale madre non dà il meglio ai figli?”. Le rispedisce in convento. “Il clero non capisce l’ora e l’indole dei tempi. Perché non lo ama e non ne vuole sapere di discendere al popolo; di spirito è un signorotto, un gerarca, non un padre. Anche le suore hanno questa mentalità. E’ la troppa preghiera che le ha rovinate. Il ripetersi d’atti d’amore spirituale, non attuati, quindi astratti, ha sdoppiato la loro anima. Che paradosso crederci qualcosa più degli ultimi e curare le anime divise dal corpo! Da questo punto di vista i crocefissori di Gesù nel popolo sono i suoi ministri e le suore. In gran parte è una spiritualità evanescente. Quando va male, i primi a sentirne gli effetti, anche nel fisico, dobbiamo essere noi, non i fanciulli né il popolo” (7.2.’38).

Poi si fa padre del popolo, perché è orfano anche lui. Sulle piazze, nelle osterie, fisarmonica a tracolla, vangelo nel cuore, invita le donne a fare da mamma e le famiglie a fraternizzare tra loro.
Nel ‘41 arrivano le mamme di vocazione e si formano delle famigliole. Dei confratelli interpretano il suo esempio come un rimprovero. Una volta morto lui, chi andrà in una canonica invasa da ragazzi di strada? Non sono in casa loro? Il pettegolezzo ingrossa: “Una cosa mai vista: i figli del peccato in canonica. Sono mamme vere delle nubili?”. Commenti che lo fanno andare sulle furie: lo dirà lui che cos’è una canonica! “Nella quasi totalità dei casi, un aborto. Per chiedere l’elemosina bisogna fare i conti con la serva. I nipoti sono quasi sempre dei vampiri... Servire Dio e il popolo in quella maniera? Avrei preferito la vita laica. Il parroco nell’Opera vive anche nella sua vita privata tra i più abbandonati, ridando ad essi ciò che il mondo non ha saputo ridare: famiglia, pane, vita privata, non il mesto orfanotrofio, non la caserma dell’istituto, il cui ufficiale a mensa appartata comanda e predica una paternità irreale; non un superiore, ma un padre. Poveri bimbi... Eppure chi si fa padre ad essi si fa padre a Cristo. Odio una dignità sacerdotale, che non sa discendere fino ad elevarsi sulla croce con i crocefissi dalla mondanità. E’ paradossale dare la vita a Dio e poi finire per diventare dei signorotti” (20.5.’43).

Per il prete-Zeno accogliere i figli non è facoltativo. Se un figlio perde il genitore bisogna restituirglielo, altrimenti si è ingiusti, perché chiede ciò che gli spetta: il pane della paternità non l’istituto di cemento freddo. L’elemosina è umiliante, l’assistenza inadeguata. Con tanto di vangelo si è inventato l’assistenzialismo fino a istituzionalizzarlo? A Pompei trova anche la “Casa per i figli dei carcerati”. Come può il prete chiamare così coloro, che Dio ha scelto, perché rifiutati dagli uomini? “Disprezzati dal mondo è un conto, ma anche dalla Chiesa non è troppo? É lecito commettere di questi guai?” (27.2.’44). Quale segno profetico se i preti aprissero le canoniche ai figli rifiutati? Come hanno fatto i religiosi a canonizzare l’assistenzialismo, creare il mito del dio-benefattore? E il vezzo della paternità spirituale? Ironizza: “Le anime non mangiano tre volte al giorno!”.

Nel ’43 una dozzina di preti abbracciano la sua causa. Un putiferio! “A Roma temono che l’Opera possa essere filantropica e di conseguenza il sacerdote non sia un elemento essenziale, anzi quasi un sovrappiù” (6.7.’47).
I dignitari ecclesiastici accuseranno di filantropia quel Cristo, che consiglia chi scandalizza un bambino di “mettersi una macina di mulino al collo?”. Popolino e prelati, attratti dal Poveri bimbi!, credono che egli abbia la vocazione dell’allevatore. Cura i figli di nessuno per risalire alle radici del male. Dirà al questore: “La meraviglia che io, sacerdote, mi dedico alla lotta sociale? Nomadelfia accetta le vittime dei disordini al fine di sanarne le cause” (4.10.’50).

Perché insiste sugli abbandonati? Perché nelle stigmate degli esclusi ritrova quelle di Cristo.
O è crudele Dio a fare gli orfani o i crudeli siamo noi, che non sappiamo trovare altre soluzioni. Non ha detto: “Chi crede in me avrà la Vita per sempre”? Davanti a un abbandonato bisogna dire con i fatti: “La morte dei tuoi cari non è irreparabile. Facendomi tuo padre, io sono per te resurrezione e vita. Non ti do solo una famiglia ma una comunità. I genitori passano, il popolo rimane”. I bambini di Nomadelfia arrivano a dire: “Se muore la mia mamma me ne danno un’altra”.

Che senso si è dato alle parole di Cristo: “Non dalla carne, non dal sangue… da Dio siamo nati”? Quale pratica ne è seguita? Egli propone una parentela nuova oltre l’istinto del sangue, della razza, della patria, basata sul cuore di Dio, che è universale. L’amore, come il raggio di sole, passa attraverso i sensi ma non si ferma ad essi altrimenti fa disastri: privilegi, esclusioni, abbandoni. E il Cristo: “La carne non giova a nulla è lo spirito che dà vita”; “Chi sono mia madre e i miei fratelli?”; “Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me”. Dice a Nicodemo: “Bisogna rinascere dall’acqua e dallo spirito”. E ai genitori: si deve rinascere sia come individui che come famiglie. Giovanni: “A coloro che l’hanno accolto ha dato il potere di diventare liberi figli di Dio”. Il potere di essere figli dello stesso Padre non implica quello di essere fratelli? Quindi è una forza, che amplifica la capacità umana di amare.

Zeno ingaggia la sua battaglia in alto, perché se il cambiamento non viene dai piani superiori non cambierà niente. Scrive al S. Offizio: “Quanti abusi in casa nostra: il clero si è assicurato casa e sostentamento, lasciando nell’abbandono coloro dei quali abbiamo detto di essere padri. Se questo non è scandalo… Un padre che nega il pasto al figlio, e per di più gli mangia in faccia, è finito, esautorato. Se questa non è empia eresia vorrei sapere che cos’è un’eresia. Se la Chiesa nega i sacramenti ai concubini, perché non si decide a imporre in coscienza la giustizia distributiva ai cattolici?” (27.6.’51). “Nella Chiesa molti rifiutano come superiori alle forze umane il superamento dell’istinto del sangue e dell’interesse personale” (31.7.’51).
Il card. Pizzardo mi disse cose, che rivelano una corrente di sfiducia” (a Montini, 1.8.’51).
Mi ha sfiduciato, perché ritiene impossibile che si possa amare dello stesso amore un figlio carnale e uno accolto. Il che mi manda in bestia fino a buttargli in faccia: ‘Lei è un luterano! Non crede alla forza della grazia, la quale ha il potere di amplificare il nostro amore su misura di quello di Dio. Non siamo nati da lui?’” (M [3], 190).

             Sacerdote-fratello alla pari

I benefattori non gradiscono le sue critiche al sistema. Nel 1951 i figli, ridotti alla fame, negano il voto al partito della Chiesa per dare una lezione ai politici (1). Scelba gliel’ha giurata. Su pressione della DC il Vaticano impone ai sacerdoti di ritirarsi (5.2.’52).
E’ inquietante, se non provocatorio, che una comunità cattolica, nell’Emilia rossa, si regga in forma collettivista in nome del vangelo. Ciò che odora giustizia, simpatia per i lontani, comunità, è sospetto di comunismo e fa il gioco dei senzadio (2).
Si allega: il clero non deve dedicarsi a lavori indecorosi; è tenuto alle pratiche di pietà e a una vita distinta da quella dei laici (can. 124); non può fare attività politica (can. 139).
Zeno s’interroga: “Ho messo Roma in difficoltà? Mi arrovello: qual padre genera una famiglia e poi l’abbandona per delle norme disciplinari? Se una popolazione vive il vangelo, il prete sarà escluso da una cittadinanza evangelica che predica a parole, ma gli è proibito di praticare per legge ecclesiastica? Fin che rimarrà sul piedestallo del sacro, mai potrà scendere a farsi fratello del popolo. E io avrò da piangere un contrasto d’anima: il sacerdozio mi lega ad una casta, non posso essere un paria. Sono i paradossi della storia: animati dalle più sante intenzioni i nostri padri hanno abrogato con la legge positiva il mandato del senza bisaccia ai sacerdoti, che non possono essere ordinati senza un titolo economico” (1.7.’51). “Non possono ingoiare il nostro modo d’essere preti, perché metterebbe in crisi il sistema ecclesiastico. Se implica privilegi, come è possibile essere alla pari? Per noi prima si è nomadelfi, poi sacerdoti; prima popolo, poi sacerdoti. Non è più un maestro che forma una casta a sé, ma l’uomo buttato in mezzo al popolo, è popolo. Ecco il vangelo: Senza bisacce, senza calzature, senza scorte, in bolletta pura, senza canonica, senza nipoti. Quando non sentiremo più la differenza tra il sacerdote e il non sacerdote, avremo vinto la battaglia di Cristo” (7.2.’51).
La Chiesa ha sempre inviato alle opere d’assistenza i sacerdoti ma rimanevano al di fuori della realtà dei poveri. Nomadelfia esige che si facciano popolo, non più per, ma con le vittime. Quindi non più da fuori o da sopra, non più assistenti né assistiti, l’amore è possibile solo tra soggetti alla pari” (16.6.’51).

Risponde a Scelba: “Si tenta di colpire il nostro amore: ‘Voialtri, reietti, non potete abbracciarvi e trasformarvi in fratelli, perché, uniti, diventate una minaccia per gli sfruttatori. La fraternità vi libera dalla schiavitù’. Allora si trova la scusa della finanza. E’ una lotta non solo per noi, ma per milioni di fanciulli e disoccupati, che chiedono giustizia” (12.10.’51). “Quest’esperienza mi ha rivelato un mondo ecclesiastico sordo alla voce degli oppressi, ai quali vuole andare con elemosine, non con la redenzione dalla schiavitù degli sfruttatori” (6.2.’52).

Lui, nato per essere padre, dover dire ai figli: “Non vi sono più padre”! Lo colpiscono nella sua scoperta, in ciò che di più originale ha tratto dal vangelo: la famiglia rigenerata da Dio. Quella del sangue rinchiude i figli scomodi in collegio e confina gli anziani inutili al ricovero. “La famiglia isolata è insufficiente e io direi anche contro natura. Ogni giorno esci di casa e non sai se torni la sera. Esponi moglie e figli al pericolo di restare vedova e orfani. O è crudele Dio, che ci imbarca nella vita senza paracadute, o i crudeli siamo noi che non ci premuniamo. Nella storia si è sempre cercato un supporto alla famiglia: tribù, clan, gruppi gentilizi, famiglie patriarcali” (M, 203).

Per rimpiazzare i preti e normalizzare Nomadelfia, riducendola ad un’opera pia, il plenipotenziario romano dice al presidente: “Abbiamo deciso di mettere i salesiani per l’educazione dei ragazzi”. Vorremo mica fare un collegio!. “Roma pare allo scuro della natura stessa di Nomadelfia: non è nata in alternativa all’assistenza dei religiosi? La loro pedagogia educa i giovani ad essere funzionali per una società di sfruttati e sfruttatori. Secondo noi dovrebbero insegnargli che siamo tutti fratelli! Dario risponde: “La S. Sede può mandare un salesiano come parroco, non come educatore. La comunità è una popolazione civile, dipende da se stessa, non dalla Chiesa”. Avevo insegnato loro: “La vostra autorità, come popolo, è da Dio: difendetela dall’ingerenza della Chiesa” (M, 205).

Chissà se il papa potrà capire! “Io non sono più dei loro. Neppure il papa. Anzi, papa, vescovi, sacerdoti, siamo una casta” (23.2.’52).

Pare l’ora di Barabba. Abbiamo buttato nelle mani del braccio secolare i figli prediletti, uno scandalo di superficialità. Irresponsabili. E, ciò che più mi addolora, anche la S. Sede? Diciotto sacerdoti, corresponsabili per legge naturale con i laici, sono stati resi impotenti in deroga al codice del vangelo. “Hanno ubbidito”! Che scoperta! Chi fa quelle cose di Dio, ama inevitabilmente la Chiesa, perché per farle ci riesce solo chi ama la legge dell’amore. Come ha fatto il S. Offizio a liberarmi da impegni dai quali neppure Iddio può sgravarmi senza fare un’ingiustizia?” (6.3.’52). “Tutto ciò non ha diminuito il mio amore per la Chiesa, anzi, quanto più è bistrattata, tanto più la amo. Non credo più al clero. Non sa amare e si drizza come giudice” (15.5.’52). Non vogliono sentirsi dire, che i nomadelfi fanno quello che tutti dovrebbero fare. “Nomadelfia è vita cattolica, senza voti, basata sulle leggi comuni. Se amare fino a essere l’uno per l’altro fosse una cosa speciale, allora cosa sarebbe l’amore predicato dalla Chiesa?” (6.6.’52).

Zeno se ne rendo conto: un’approvazione ufficiale di Nomadelfia avrebbe voluto dire disapprovazione ufficiosa del costume dei cattolici. Con quali conseguenze? “Sarebbe un deciso cambiamento di rotta. Conosco ostacoli molto gravi, che dipendono da uomini, i quali non se la sentono di dare il via, per i gravi traumi che Nomadelfia, con il suo sacerdozio, apporterebbe nell’ambiente ecclesiastico e politico” (’52).

Insiste: “Perché la S. Sede non accetta che il sacerdote si faccia fratello dei laici? Potrei subirlo come misura disciplinare, non come dottrina”. “Se il riconoscere ai sacerdoti la paternità e fraternità può essere un cambiamento di rotta nel costume clericale, è nella facoltà del papa decidere. Se non lo fa non c’è motivo per ribellarsi, ma la Chiesa diventa opprimente. O mangiare questa minestra o saltare dalla finestra. Io ho ubbidito, perché non potevo saltare dalla finestra. Una specie di brigantaggio: o il portafoglio o la vita.
Il
mio atto d’ubbidienza, tanto esaltato da chi non capisce niente, è una necessità di fronte ad una violenza. I santi di domani cercheranno l’umiltà di prendere i posti di comando nella Chiesa. Molto meglio che farsi vittime. La S.Sede è mondana e avulsa dalle sofferenze degli oppressi e quindi non capisce queste cose se non in teoria, mentre in pratica, per opportunità, reprime, uccidendo spietatamente. Pochi hanno puntato su Roma, ma quella e solo quella deve essere la fortezza da abbattere. Esci dalla Chiesa? Esci dalla vita. Vivi nella Chiesa? Devi stare agli ordini di quella mondanità. Credo che è opera più grande tormentare Roma, che affannarsi a medicare qualche sua vittima, essendo a milioni. Sono il nostro nemico numero uno. Che Roma debba essere il Sinedrio mi pare un mostruoso assurdo. Se lo subiamo è correità imperdonabile, tradimento del sacerdozio” (24.5.’52).

E siamo all’ora delle tenebre. Avessero messo in croce me, avrei sofferto meno. Assistere, impotente, alla crocifissione dei figli è stato l’eccesso del Calvario. Vedere i bambini portati via dai poliziotti con le camionette…” (M, 218). “E’ stato tremendo: non immaginate lo strazio di quei bambini strappati per la seconda volta alla loro mamma. Sono arrivato a dire cose terribili. Mi chiedevo perché Dio non li avesse fatti morire con lei” (O. Fallaci, Epoca, 6.12.’52).

Scrive al S. Offizio: “Noi ecclesiastici siamo in peccato costante d’ingiustizia, per cui non riusciamo a capire queste cose e a ogni apparire di Cristo negli oppressi si grida all’errore, allo scandalo” (26.6.’52). Strappare i figli a chi si è fatto loro padre e madre non è un delitto? Eppure il S. Offizio collabora con la polizia, inviando del personale. La riprova che non sanno quello che fanno? Ma in alto è lecito non sapere che i figli vengono sepolti una seconda volta negli istituti, veri cimiteri civili? “Dire ad un accolto: “Io non sono più tuo padre” è un tradimento. Se non ci fosse stata di mezzo l’autorità ecclesiastica non avremmo ceduto a costo di andare in galera. Esaminiamo i risultati: 750 minori scandalizzati e dispersi. Oh se il S. Padre avesse assistito a certe scene! Una bambina di quattro anni urla: “Mamma, perché mi vendi?”. Su tutto il resto ci si poteva intendere, ma qui abbiamo commesso un reato. Questa è la strage degli innocenti per opera di noi ecclesiastici... Qui la politica non c’entra. Sarebbe stato meglio credere alle sole forze di Cristo ed essere meno diplomatici, in quanto ci ha messo di fronte, nemiche, le masse, anziché, nemici, i loro oppressori. Davanti a Dio ha sempre ragione l’oppresso, mentre l’oppressore, e chi gli va a braccetto, ha sempre torto. La fede ci porta tra le braccia degli oppressi come via maestra per trovarci tra le braccia di Cristo. Sono amaro! Ho bevuto troppo fiele” (a Ottaviani, 4.8.’52).

Lo si accuserà di aver troppo amato la Chiesa, fino a passare sulla sua coscienza e sul corpo di 750 figli? Che vorrà dire questo amore folle? Ho servito la Chiesa e la servirò per il resto della mia vita. Non saprei fare diversamente, perché per me la vita è naturalmente possibile solo nella Chiesa. Ho ubbidito, facendo tacere la mia vocazione, violando le leggi della giustizia naturale, lasciando sterminare i figli. Provati in quella maniera finiranno per sentire, che la Chiesa ha urgente bisogno di essere amata fino a queste forme di terribile ubbidienza” (11.8.’52).

Per me, non la finanza ma la concezione della famiglia ha determinato la tragedia. Famiglia (…) incapace di estendere la gioia della convivenza ad altri sventurati e di applicare la santità dei vasi comunicanti ad altre famiglie per essere perfette nell’unità” (25.8.’52).  Affonda la mano del papa e dei prelati nella piaga: i figli nei collegi sono dei sepolti vivi.
Io dico che i fanciulli strappati a Nomadelfia sono confinati in carcere. E alla S. Sede si reagisce, perché offendo chi li ospita con ammirevole zelo. Cosa risponde alla muta protesta degli innocenti? Che vanno bene gli istituti, carceri nelle quali il bambino perde ogni nozione di famiglia? I fondatori non affermano essere dei rappezzi?” (1.10.’52).
Se ricevessero il vero amore non ne uscirebbero con traumi e turbe psichiche. Oh se ogni prelato ne avesse preso uno, in casa sua, come figlio! Che sbagli il singolo, passi, ma che sbagli un organismo ufficialmente e in nome di Dio, non è troppo? Dico di no... Dico di no! Ho vissuto 23 anni di sacerdozio in antitesi alla vostra mentalità e costume sociale(‘53).

Dopo averle tentate tutte, non gli resta che liberarsi di ciò che ha di più caro: l’esercizio del sacerdozio. Alcuni figli, ricaduti nella malavita, vengono processati. Ma i curiali sanno cosa vuol dire avere un figlio delinquente? La coscienza in stato d’emergenza.
Non è una scaramuccia per 4 mocciosi, ma una guerra a difesa di un’umanità crocefissa. “Rendendo giustizia ai nomadelfi, la rendo agli oppressi” (27.10.’52). E così si ritrova in prima pagina sui giornali: “Don Zeno in tribunale per truffa e millantato credito”. “Sono arrivato alla stazione della Via Crucis, che mi porta in tribunale, a Bologna. Ecco cosa mi mancava per provare quello che hanno provato tanti figli: l’umiliazione, tra i carabinieri, davanti a un giudice, io, in talare e tricorno, sotto un crocifisso che mi guarda…” (M, 235).

Si nasconde nel cuore di Cristo per dare libero sfogo al dolore: “Signore mio, ho visto che la Chiesa non è impostata nel tuo comandamento come costume. Mi hai portato al sacerdozio ma i miei confratelli sono organizzati in una legge, che impedisce loro di essere l’uno per l’altro e un tutt’uno con il popolo. Sono maestri, non fratelli e padri.
Ho tentato con te di fondare una società nuova
. E il successore di Pietro ci ha dispersi con sadica crudeltà. Il suo costume è mondano anche se osserva certi aspetti della tua legge.
Ma non è un padre, non è un fratello, è un re della terra, un tiranno che ha colpito vigliaccamente la nascente tua società.
Se leggesse, mi colpirebbe senza pietà, perché anche a lui, come alla casta ecclesiastica, la verità diventa offensiva. Ci tocca fare quello che dice, ma odiare quello che fa, essendo grave peccato. Ha scandalizzato i fanciulli, colpito le mamme. Ha mandato nell’ovile gli empi soldati, mentre dietro le quinte, cardinali e sacerdoti davano ordini senza pietà.
Se solo quella fosse
la tua Chiesa con tanto potere, cerca di aprirci la via per convertirla e farla ritornare allo spirito dei primi. Si sono manifestati lupi rapaci, che non accettano la santità dell’amore”(’52).
Nella Chiesa siamo due blocchi: ingiusti e vittime delle ingiustizie dei fratelli di fede. Tutto il resto deriva da questo peccato contro lo Spirito Santo: oppressione dei poveri. La mia lotta è contro palesi ingiustizie. Sono sacerdote e non sono d’accordo con moltissimi confratelli e cattolici, perché sono i più accaniti traditori di Cristo” (2.12.’52).
In nome di quale Dio, noi oppressi siamo indotti a votare i nostri oppressori? La DC, sostenuta dagli ecclesiastici, si presenta alle elezioni dopo otto anni d’oppressione dei poveri. Incoerenza insopportabile. Veniamo coinvolti in reati, perché travolti da un costume borghese. La S. Sede si è prestata al gioco. Io, con gli oppressi, sono parte in causa. Mi difendo e, difendendomi, servo Dio. Non vogliamo essere schiavi e ci ribelliamo. Con ciò renderò un grande servizio alla Chiesa, quindi al popolo oppresso” (a Montini, 1.2.’53).
Non credo che la S. Sede intenda fare della politica democristiana un motivo di credibilità. Io amo la Chiesa e quella non è la Chiesa. Voglio riportare nel suo grembo gli oppressi, sola forza sana rimasta di riserva” (a Ottaviani, 5.4.’53).
Non è superbia ergersi contro le forze del mondo: è santità. Solo gli oppressi possono capire la Chiesa e portarla nel mondo” (a Montini, 27. 2.’53).
Non solo non accetto, ma disprezzo la vostra politica, anche se appoggiata dal Vaticano. Io nego il voto agli affamatori. Il problema sociale è legato alla paternità di Dio: l’ingiusto la nega, quindi nega Cristo, nega tutto. Se le alte sfere sono ingiuste, vanno colpite, perché a giudicarle basta la presenza delle vittime, tra le quali io. Dico di no alla vostra politica, la rifiuto come mia nemica e combatto il vostro costume sociale come il diavolo in persona”(a don Vincenzo, maggio ’53).

Ingannato dall’autorità, il mio status è incompatibile. Devo difendermi dalle conseguenze che hanno colpito me e terze persone travolte dalla mia rovina” (23.2).
Più s’avvicina il giorno del gran rifiuto, più esamina le sue responsabilità: “Che cos’è un sacerdote? Certo non un vigliacco. Scorriamo nel fiume di milioni di schiavi. La Chiesa dovrà essere il diapason di nuovi tempi e lo sarà immergendosi negli oppressi, condannando ogni forma d’oppressione. Il mondo cerca la Chiesa, non ne può fare a meno. Perché gliela nascondiamo? Urge una rivoluzione di palazzo” (1.5.’53).
“Quanti ecclesiastici andrebbero laicizzati! Chi non è imitatore di Cristo come tenore di vita, è un eretico ed è fuori dalla Chiesa. Io mi batto a difesa della dottrina sociale della Chiesa contro il
costume sociale dei preti e dei cattolici, essendo il più diabolico ostacolo a donarla al mondo” (a Ottaviani, ’53).

Ho resistito tanto, ma un giorno, in tram, a Milano, sento il commento di due signori: “Come fa don Zeno ad abbandonare i ragazzi che ha preso come figli?”. E l’altro: “Potrà mai dire loro: “Non siete più figli, perché la Chiesa non me lo permette?”. Convengono: “Bisognerebbe che si spretasse…”. Era vox populi, vox Dei?” (M, 252).
Con la morte nell’anima insiste con il vescovo: “Chiedo la laicizzazione, perché non posso venir meno alla giustizia” (16.7).
Lui appella al diritto clericale, Zeno al diritto naturale: “Quando ho firmato [il decreto di allontanamento] non potevo negare i diritti nati tra me e i figli. Invoco il rispetto della mia vocazione. L’autorità mi vieta di viverla nell’esercizio del sacerdozio? Abbia la bontà di laicizzarmi” (6.7.’53).
Fossi ridotto a un reietto avrò soddisfatto i miei impegni: vittima con le vittime. Sarò più sacerdote da laicizzato, che martoriato in questa maniera” (19.8.’53).

Nel novembre del 1953 ottiene la laicizzazione pro gratia.

Nel 1963 gli viene ridato l’esercizio del sacerdozio e celebra la sua seconda prima Messa. Un caso forse unico nella storia della Chiesa.

 

 

NOTE:
(1) Scelba, in una sola volta, offre 300 milioni alla Gioventù Cattolica. F. Piva, La gioventù cattolica in cammino, Milano, 2003, 162ss, 396. La S. Sede non lesina aiuti finanziari alla Giac per la propaganda anticomunista: 30 milioni nel ’47, 120 nel ’49. Ib. 164ss. Furio Cicogna foraggia la Cittadella di Assisi; Don Gnocchi rastrella milioni per i mutilatini… Per Don Zeno il privilegio delle cambiali e sequestri a non finire.

(2) Tutti nel mirino del S. Offizio: Mazzolari, Milani, preti operai, teologi francesi, Mario Rossi, perfino Chiara Lubich. A quell’epoca comunità voleva dire comunismo. (3) M si riferisce al testo di F. Marinetti, Don Zeno, Obbedientissimo ribelle, Molfetta, 2006.

 

 

 

 

 

 

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