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Franco Masserdotti

Franco Masserdotti: un vescovo per il popolo e gli ìndios

 
Gianfranco Masserdotti
Un uomo del Dio vivo.

Indice:

- Breve biografia ...
- La notizia della morte su Misna ...
- La Chiesa non è Chiesa se non è Missionaria ...
- Un seme per il Brasile ...
- Alcuni dei suoi testi più belli ...
- IL TESTAMENTO ...

 
 
 
 

Gianfranco Masserdotti nasce a Brescia il 13 settembre 1941 e cresce nel piccolo paese di Fiumicello, dove vivono ancora il fratello e l’anziana madre. Dopo i primi studi, entra giovane nell’Istituto dei Missionari Comboniani di Brescia, dove fa professione religiosa nel 1965; ordinato sacerdote il 26 marzo 1966, si  laurea in sociologia all’università di Trento.

Dopo aver frequentato un corso per missionari a Brescia e forte  del proprio bagaglio culturale che gli permette di analizzare al meglio i problemi sociali dell’America Latina, Mons. Masserdotti parte per il Brasile come missionario e viene assegnato alle missioni del Brasile Nord-Est nel 1972 dove rimane fino al 1979. In particolare presta la propria opera nella diocesi di Balsas, dapprima in parrocchia poi come vicario generale.

L’obbedienza ai superiori lo riconduce nuovamente in Italia, a Roma, in qualità di consigliere generale della Congregazione dei missionari comboniani: la “Capitular Preparatory Commission” in vista della riunificazione dei due Istituti di ramo italiano e tedesco e la revisione delle Costituzioni. Dal 1979 al 1985 è, quindi, Assistente Generale.

Nel 1986 ritorna in Brasile dove svolge la propria missione ricoprendo incarichi diversi: insegnante nel seminario della periferia di San Paolo, superiore provinciale del Nord-est brasiliano e segretario del Consiglio missionario nazionale.

Dopo essere stato nuovamente vicario generale, il 2 marzo 1996 viene consacrato Vescovo e il 15 aprile 1998 assume la responsabilità della Diocesi di Balsas (dopo la morte del predecessore mons. Rino Carlini, anche lui comboniano). All’interno della Conferenza Nazionale Episcopale del Brasile (CNBB) svolge le seguenti funzioni: Presidente della CIMI (Conselho Indigenista Missionário) e Vice-Presidente della Commissione Missionaria della CNBB.

Proprio agli indios il vescovo comboniano dedica gran parte delle sue energie, ricordiamo un suo scritto: “Ho incontrato migliaia di indios crocifissi dall’esclusione e dalla sofferenza. Penso alla mortalità infantile, ai casi di suicidio tra i giovani, all’invasione e alla depredazione delle loro terre. E’ la passione di Cristo che si rinnova negli indios, una passione che dura da più di 500 anni”.

Nel 2000 durante una marcia delle popolazioni autoctone, mons. Masserdotti viene fermato dalla polizia brasiliana. Nel corso delle sue battaglie contro le ingiustizie in cui versa l’America Latina, il presule si interroga come risolvere concretamente i problemi della povertà alla luce degli insegnamenti di Cristo.

“Monsignor Gianfranco Masserdotti aveva l’abitudine di fare chilometri e chilometri in bicicletta. Anche ieri pomeriggio era uscito per una corsa quando è stato affiancato da un camion che l’ha superato. In un secondo momento, il vescovo ha tentato a sua volta di superare l’automezzo ma si è spinto sull’altra carreggiata dove arrivava una vettura che l’ha investito in pieno. È morto sul colpo”: così padre Antonio Guglielmi, missionario comboniano e confratello di monsignor Masserdotti, ha spiegato alla MISNA le circostanze della morte del vescovo di Balsas, nello stato di Maranhao, e presidente del Consiglio indigenista missionario (Cimi). “Le sue spoglie riposano ora nella camera ardente presso la Cattedrale di Balsas dove domani alle 9 si svolgeranno i funerali. ‘Dom’ Franco sarà sepolto accanto al suo predecessore, monsignor Rino Carlesi, anche lui comboniano. Messaggi di cordoglio sono arrivati da tutto il paese e diversi vescovi, tra cui due originari come lui di Brescia, stanno raggiungendo Balsas per rendergli l’ultimo saluto” prosegue il missionario. Le ultime settimane solo state tragicamente luttuose per la Chiesa brasiliana: “Il 27 agosto scorso abbiamo perso monsignor Luciano Mendes de Almeida, gesuita, arcivescovo di Mariana, e il 14 settembre monsignor José Mauro, vice-presidente della Commissione pastorale della terra (Cpt), anche lui per un incidente stradale. Pastori, insieme a dom Franco, molto amati dai brasiliani” conclude padre Guglielmi. Nato a Brescia il 13 settembre 1941, monsignor Masserdotti era stato ordinato sacerdote nel 1966. (www.misna.org, 18-09-06)

Ha contribuito alla realizzazione dell’Università di Balsas e alla creazione di strutture per accogliere i tossicodipendenti e i bambini di strada, contribuendo a realizzare il progetto per il seminario maggiore diocesano.

“La Chiesa non è Chiesa se non è missionaria”, questo è il motto di dom Franco, convinto che la Chiesa debba porsi a servizio degli altri, in particolare dei più poveri.

 Fonda, inoltre, una missione in Mozambico, il suo sogno è quello di dedicare agli africani gli ultimi anni della sua vita. Sogno infranto dalla prematura scomparsa, che avviene il 17 settembre 2006, lungo la strada per Balsas , la sua bicilcletta si schianta contro un camion, la morte lo porta via di colpo, ma rimarrà viva per sempre la sua umiltà unita a un’incrollabile fervore con cui si è posto a servizio della Chiesa e quindi dei più poveri!

Di dom Franco, così tutti lo chiamavano in Brasile, mi resta il regalo più bello: un prezioso anello di legno “in segno di vicinanza ai popoli indigeni”, come mi disse quando me lo donò due anni fa, di passaggio a Roma. Tutta la MISNA, che dom Franco aveva incoraggiato e accompagnato fin dall’inizio per dare voce ai “popoli risorti”, come i missionari chiamano i popoli indigeni brasiliani, si stringe attorno a lui in un abbraccio, ancora stordita per il dolore di un lutto inaspettato. Ricordo il suo sorriso sempre accogliente, la voce ferma ma pacata, l’entusiasmo e la passione nella difesa dei più piccoli, “degli ultimi”, per il diritto a una “terra senza mali”, un antico mito degli indios Tupis-Guaraní che, come ci spiegò, “indica un luogo senza dolore, dove le piante nascono spontaneamente, la manioca è già disponibile in farina e la cacciagione va da sé nelle mani del cacciatore”. Questa terra – diceva il vescovo comboniano scomparso ieri in un incidente stradale – “dove la natura è rispettata e la cultura di ogni popolo diventa armonia universale, è il sogno dei popoli ancestrali e dei popoli di oggi”, un sogno per cui “vale la pena vivere e seminare quelli che un giorno saranno alberi e frutti di pace”. Mi resta impressa un’immagine che mi descrisse nell’aprile di sei anni fa quando era a Porto Seguro, nello stato di Bahia, dove migliaia di indigeni si erano riuniti in occasione dei 500 anni dalla ‘scoperta’ del Brasile. “La polizia è intervenuta disperdendo i manifestanti. Tra loro c’era un indio, Gildo Jorge Terena, che si trascinava in ginocchio e con le braccia aperte verso gli agenti, implorando di non essere colpito. Non ho potuto fare a meno di pensare alle braccia aperte di Gesù crocifisso, che dovette affrontare dolore e morte perché noi vivessimo in abbondanza”. Monsignor Gianfranco Masserdotti ci lascia con il suo messaggio di dialogo e amore come “semi che germinano in un campo arido per un Brasile che senta davvero l'orgoglio di essere multietnico e multiculturale, che abbia cura dei più piccoli, affinché le culture oppresse siano finalmente riscattate e valorizzate”. (di Francesca Belloni, www.misna.org, 18-09-06)

Messaggi di cordoglio e solidarietà ai congiunti e ai confratelli comboniani sono giunti nelle ultime ore da diocesi e ordini religiosi di tutto il Brasile per l’improvvisa scomparsa di monsignor Gianfranco Masserdotti, vescovo di Balsas e presidente del Consiglio indigenista missionario (Cimi), morto ieri in un incidente stradale. “L’epistola di San Giacomo corrisponde a quella che è stata la sua vita, “A che serve, fratelli miei, se uno dice di aver fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo?» Dom Franco ha vissuto la sua fede nella pratica, nel dono e nel servizio agli altri. Sempre nella difesa dei più poveri, specialmente degli indios” ha scritto in una nota monsignor Xavier Gilles, presidente della Conferenza episcopale regionale del Nordest 5, nello stato di Maranhao. “Testimone di fede e autentico profeta” lo ha descritto monsignor Augusto Alves de Rocha, vescovo di Oeiras, ricordando che dom Franco “annunciava il Vangelo col sorriso e con l’enorme solidarietà con i più deboli. Primeggiava per la sua semplicità – ha aggiunto Monsignor de Rocha – ed è morto provando questa sua semplicità in mezzo alla sua gente, in sella a una bicicletta”. Per monsignor Bruno Pedron, presidente della Cimi regionale 1, monsignor Masserdotti è stato “un amico fraterno e un lottatore per la difesa dei diritti dei nostri fratelli indigeni, di cui ci mancherà immensamente la presenza”. Del vescovo scomparso, l’arcivescovo di Belém, Pará, monsignor Orani João Tempesta, ricorda il motto episcopale “Perché abbiano la vita” (Ut vitam habeant): “È stato questo il suo percorso dedicato a servire il prossimo”. La direzione nazionale delle Pontificie opere missionarie si è detta “scioccata dal tragico incidente che ha tolto la vita al caro dom Franco. Con lui la Chiesa del Brasile perde un generoso pastore che ha dato impulso costante alla dimensione missionaria al di là delle frontiere”. Nato a Brescia il 13 settembre 1941, monsignor Masserdotti fu ordinato sacerdote a Padova il 26 marzo 1966. Fu nominato vescovo il 22 novembre 1995 e ordinato il 2 marzo 1996 a Balsas. Tra gli incarichi ricoperti, presidente del Cimi e della Commissione episcopale delle missioni e responsabile delle missioni ‘ad gentes’ del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam, www.misna.org, 19-09-06).

 

Alcuni testi di dom Franco nel nostro sito

 

 

Video - intervista a dom Franco

Vai alla pagina http://www.sociologia.unical.it/gao/boa/radio.html e clicca su MULTIMEDIA.

 


Il "testamento" di dom Franco
(tratto da www.nigrizia.it)

Una settimana prima di essere travolto da un'auto, nell'incidente che spezzerà la sua vita, dom Franco scrive a Nigrizia, il mensile dei Missioanri Comboniani in Italia. Condivide la sua esperienza, riflette sulla ricchezza della chiesa latinoamericana, sul ruolo dei missionari e su una proposta coraggiosa che lancia come sfida.
Ora dom Franco ci accompagna dall'alto: chi seguirà le sue orme?

Ricordo quando arrivai la prima volta in Brasile nel 1972. Entrando in nave nella Baia di Guanabara e guardando verso la città di Rio di Janeiro, la prima cosa che mi si presentò agli occhi fu la grande statua del Cristo Redentore, che dalla collina del Corcovado sembra proteggere la città. Quel Cristo dalle enormi braccia spalancate mi diede un’impressione di accoglienza. Commosso, pensai: «Sono venuto in Brasile per annunciarlo, ma lui è già qui che mi aspetta».

Questo pensiero ha sempre accompagnato la mia vita di missionario. Il Signore è presente nella storia, nella cultura, nel dolore dei popoli. Io, missionario, sono chiamato a condividere con i fratelli e le sorelle a cui sono inviato l’esperienza di Dio per un arricchimento reciproco. Sono un mendicante che incontra altri mendicanti e, insieme, cerchiamo l’unico tesoro, che è il Dio della vita, che costruisce il suo Regno tra tutti i popoli attraverso Cristo nella forza dello Spirito.

Il processo di evangelizzazione in America Latina è carico di ambiguità. Senza voler generalizzare, dobbiamo riconoscere l’alleanza storica tra il progetto politico-militare e mercantilistico del colonialismo e il progetto religioso: un’alleanza che ha prodotto violenza, intolleranza e negazione dell’altro. Giovanni Paolo II ha affermato: «La chiesa (...) vuole guardare la verità per ringraziare Dio per il bene realizzato e imparare dagli errori commessi per lanciarsi rinnovata verso il futuro. Essa riconosce il legame che c’è stato tra la croce e la spada. Ma riconosce pure che l’espansione della cristianità iberica ha portato ai nuovi popoli la fede cristiana» (Al Celam, 12-10-84).

Purtroppo questa ambiguità ha creato condizionamenti che perdurano. Durante il Simposio sulle rivalità etniche in Sud America (Barbados, 1971) gli antropologi denunciarono la continuità coloniale delle missioni tra gli indios e proposero una moratoria missionaria o una revisione dei metodi di evangelizzazione. Come risposta a questa critica, nel 1972 in Brasile nacque il Cimi (Consiglio indigenista missionario). Ma il rinnovamento dell’evangelizzazione era già iniziato con la Conferenza di Medellín (1968), che “inculturò” il Concilio Vaticano II alla luce dei segni dei tempi e delle sfide del continente. Si affermò che «è preoccupazione della chiesa latino-americana comprendere, alla luce della parola di Cristo, il momento storico che viviamo e cercare risposte nuove per la promozione umana dei popoli del continente, basata sui valori di giustizia, pace, educazione e amore coniugale».

Opzione per i poveri 

Ciò che caratterizzò la Conferenza di Medellín fu la scelta dei poveri: «Non si può rimanere indifferenti di fronte alle terribili ingiustizie sociali esistenti in America Latina, ingiustizie che mantengono la maggioranza del nostro popolo in una dolorosa povertà, che arriva a essere, in molti casi, una miseria disumana. Un sordo clamore di milioni di persone chiedono a noi vescovi una liberazione che non arriva loro da nessuna parte». La Conferenza di Puebla (1979) ribadì la stessa linea: «Quando ci avviciniamo al povero per accompagnarlo e seguirlo, facciamo quello che Cristo ci ha insegnato quando si è fatto nostro fratello, povero come noi».

La chiesa si è sempre preoccupata dei poveri. In America Latina, però, non si è limitata a “dare un pesce” o a “insegnare a pescare”. Ha voluto, invece, impegnarsi per “ripulire il fiume della società”, inquinato dall’ingiustizia e dalla corruzione, assumendo con coraggio la dimensione profetica dell’evangelizzazione, in virtù della quale si sente chiamata a trasformare il sistema socio-economico ingiusto ed escludente.

Questa “opzione per poveri” si è espressa in molti modi: teologia della liberazione, lettura popolare della Bibbia, pastorali sociali... Io ritengo che si sia concretizzata soprattutto nella vita delle comunità ecclesiali di base, con la loro apertura ai ministeri laicali, la loro spiritualità della liberazione, la loro metodologia partecipativa attenta al dialogo e al rispetto della cultura e della religiosità popolari. Le comunità di base non sono solo piccole strutture di una chiesa in movimento, ma anche una “nuova visione di chiesa”, che orienta e dinamizza le linee pastorali. I poveri sono avvertiti come protagonisti di una rinnovata evangelizzazione e della costruzione di una società fraterna, giusta e solidale. In Brasile e in altre parti dell’America Latina l’apertura missionaria delle comunità di base è garantita da un nuovo modo di vivere le missioni popolari in cui i laici sono protagonisti.

   

Santità politica e martirio 

 

Dalle comunità ecclesiali di base è nata una nuova “santità politica”, basata su una comprensione di fede, speranza e carità in chiave sociale: la fede porta a discernere gli appelli di Dio nelle situazioni di peccato sociale; la speranza ci aiuta a vedere le sementi di vita nella realtà concreta e a legare le liberazioni storiche alla liberazione integrale del Regno; la carità diventa impegno organizzato nei movimenti popolari in favore della giustizia e della pace.

La fedeltà a questi orientamenti ha scatenato molte persecuzioni da parte del potere politico ed economico. La scelta dei poveri ha fatto fiorire l’esperienza dolorosa e meravigliosa del martirio. Migliaia di cristiani hanno fecondato le comunità con il sacrificio della vita in favore della giustizia. La contemplazione di Gesù impegna la chiesa a favore della vita di tutti, perché si rinnovi oggi la Pasqua del Signore. Sull’esempio di Gesù, molti cristiani sono minacciati, diffamati e uccisi, ma con il loro esempio trascinano.

Dalla scelta dei poveri è nato un nuovo modello della missione nella sua dimensione universale. Un missionario brasiliano che lavora in Africa m’ha detto: «Venendo da una chiesa povera e da un popolo che soffre, il missionario latino-americano non dispone di mezzi finanziari. Questo aiuta a evitare la tentazione di grandi progetti materiali e obbliga a uno stile di vita più simile a quello della gente». Le sue parole m’hanno ricordato un testo classico di Puebla: «È arrivata l’ora per l’America Latina d’intensificare i servizi reciproci tra le chiese locali e la loro proiezione oltre le proprie frontiere. È vero che noi continuiamo ad avere bisogno di missionari, ma dobbiamo dare a partire dalla nostra povertà. Le nostre chiese possono offrire qualcosa di originale: il significato della salvezza e della liberazione, la ricchezza della nostra religiosità popolare, l’esperienza delle comunità ecclesiali di base, il fiorire dei nostri ministeri, la nostra speranza e l’allegria della nostra fede».

La chiesa latino-americana non offre la forza della sua cultura o del suo potere. Non pretende di convertire – questo è opera dello Spirito Santo! – ma intende servire, testimoniare e annunciare la proposta di Gesù con molto rispetto. I missionari sono chiamati a dare, ricevere e condividere. Siamo come “api di Gesù”: cerchiamo fiori in tutti i popoli e così riceviamo il polline per lavorarlo in favore della vita. È un lavoro di grande pazienza, di presenza rispettosa, che produrrà un miele “dai mille sapori” e farà sperimentare la dolcezza inesauribile dell’incontro con il Dio della vita.

 

Una proposta 

 

La chiesa italiana si sta preparando al 4° Congresso ecclesiale sul tema: “Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo”. Le comunità cristiane devono essere pronte a rispondere a chiunque domandi ragione della loro speranza. Non si tratta di una speranza fragile ed esposta al rischio della delusione, in quanto basata su criteri sociologici o indici statistici. è la speranza sicura che viene dal Cristo Risorto e che appare nel cammino storico dei poveri.

L’Italia attraversa una stagione carica d’interrogativi. Sta crescendo una nuova religione laica: dio è il denaro; i riti, quelli del libero mercato; i templi, le banche e le borse-valori; i nuovi culti consistono nel fare soldi, anche attraverso corruzione, vendita di armi, devastazione della natura... Nell’enciclica Sollecitudo rei socialis (n. 36), Giovanni Paolo II scrisse: «Un mondo dominato da differenti forme d’imperialismo non può che essere un mondo sottomesso a “strutture di peccato” (che) si rafforzano, si diffondono e diventano sorgente di altri peccati, condizionando la condotta degli esseri umani».

Cosa possiamo fare perché la globalizzazione non diventi un sistema di esclusione mondiale, ma l’occasione di una maggiore solidarietà tra tutti i popoli? Mi sembra che in Italia ci sia “troppo silenzio” sul sistema socio-economico del cosiddetto “primo mondo” e le sue conseguenze nei paesi poveri. L’irrinunciabile spirito universalistico della chiesa non può essere confuso con l’ossessione dell’equidistanza e con un’equivoca neutralità rispetto ai valori umani e cristiani non negoziabili nel mondo dell’economia e della politica. L’opzione dei poveri deve condurci a scelte coraggiose contro un sistema che rischia di essere una trappola mortale per tanti nostri fratelli e sorelle nel mondo.

A questo punto, una proposta. Non sarebbe auspicabile realizzare congressi missionari continentali in Africa, Asia e Europa, come già avviene in America, e farli confluire in un Forum missionario mondiale, che diventi una cassa di risonanza contro la globalizzazione del mercato, l’etnocentrismo, la violenza e la guerra? Lo vedrei come strumento significativo in favore di un nuovo progetto di vita, basato su sobrietà, condivisione, rispetto delle culture e sovranità nazionali.

 

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