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… tutto in un sabato, tutto in una domenica

lettera di Gigo da Lusaka, febbraio 2010

… tutto in un sabato, tutto in una domenica

Aids! “I’m positive”, sono positivo, sono positiva. Non è raro sentire questa frase entrando nelle case della gente della township di Bauleni. Le famiglie sono falciate da questo male ancora incurabile, ma la causa della morte spesso viene coperta con altre malattie oppure con cause misteriose e magiche. Il virus colpisce tutti, senza discriminazioni, che tu sia europeo o africano non importa, ma se in Europa si riesce a vivere dignitosamente, qui al contrario, si vive male e si muore e peggio! In Bauleni il virus ha un volto ben definito, una fisionomia marcata, delle caratteristiche fisiche che lasciano poco spazio a diagnosi dubbiose. Misonzi, per esempio, è una ragazza di 25 anni circa, con un sorriso disarmante. Un uomo è passato nella sua vita e le ha lasciato un bimbo con cui ha condiviso il virus. Questa donna però è ancora sola perché il bambino è stato portato via dall’Aids. Misonzi è sola col suo male che la mangia poco a poco, giorno dopo giorno e con il suo dolore; il ricordo di un bimbo che ad ogni sorgere del sole tenta di annegare nell’alcol senza mai riuscirci.

C’era anche Peter, un uomo sui 40 anni, talmente magro che la pelle ormai grigia sembrava essere dipinta sulle ossa. Abbiamo potuto condividere con lui poco tempo, appena due visite, alla terza abbiamo trovato solo il suo ricordo e le lacrime della sua famiglia. Oppure Brenda, una donna che vive sola con tre figli che non riesce a mantenere, il  marito l’ha lasciata qualche anno fa. Il suo sguardo è triste e tenero allo stesso tempo e i segni della malattia si fanno evidenti col passare del tempo.
A volte è talmente stanca e debole che per intere settimane sta sdraiata sul suo materasso appoggiato sul pavimento. Brenda sa che deve morire, mi immagino solo il pensiero che la sbrana più della sua malattia: cosa faranno le mie tre creature  in un futuro non troppo lontano?
Anche il sangue di Mercy e del suo bambino di otto anni porta quella maledetta parola tra i suoi globuli: “positivo!” Vivono in una casa talmente piccola che appena si entra ci si trova obbligatoriamente seduti sul divano senza più potersi muovere. Mercy ha buon gusto, cura i particolari della casa, ci mette amore e quando siamo arrivati, quel sabato, stava lavando il pavimento di cemento levigato, inginocchiata come in preghiera. Per quanto tempo ancora potranno camminare per le strade di Bauleni? Che scadenza avrà la loro speranza?

“Positivo!” e’ una parola che marchia a fuoco il sangue come una sentenza senza possibilità di appello. Il sangue, simbolo della vita, delle unioni indissolubili e delle alleanze, della promessa e della discendenza, diventa veleno, simbolo di paura ed emarginazione e siero che porta la morte. Ed è lo stesso sangue che domenica ho visto uscire dalla bocca e dalla testa di un uomo che altri tre uomini stavano linciando a bastonate calci e pugni. Il sangue scendeva dalla faccia alla terra e si mescolava con l’acqua di una pozzanghera, formando disegni cupi che sapevano di mattanza.

La gente attorno stava a guardare, come si guarda ammazzare un toro in una corrida. La coscienza grida e porta dove il coraggio non porta, e il grido si trasforma in azione. Quando lei pronuncia la sua parola non è possibile ignorarne la voce, e così sono stato spinto ad intervenire. L’avrebbero ammazzato? Non lo so, non so nemmeno il motivo del linciaggio e sinceramente non avrebbe fatto nessuna differenza. L’uomo è vivo, ma è viva anche la violenza che si accende per un nulla e accresce colpo dopo colpo, resa ancora più  fredda e tagliente  dal sadismo della gente che guarda con un certo godimento non proprio inconscio. La violenza è viva e pulsa sulle tempie e si alimenta di se stessa, del sangue che fa scorrere, che si rende visibile e imbratta l’uomo, la terra, l’acqua ma anche la coscienza. Cose d’Africa? No non e’ questo che intendo, perché queste cose capitano anche a Milano, nello stesso modo, con la stessa violenza e freddezza e nella stessa indifferenza. Ci si può indignare, ed è giusto che sia così, ma non si può condannare un intero continente per un gesto che rispecchia anche la propria cultura, nel mio caso quella italiana. Ora penso agli incontri vissuti lo scorso sabato e domenica, e nel silenzio, il giudizio affrettato lascia spazio alla preghiera, e questa porta alla  riflessione, critica si, ma il più possibile ponderata. L’Africa, o meglio, lo Zambia non è questo, o non solo questo, come l’Italia non è solo mafia. Qui c’è del bello che nasce ogni giorno, nonostante tutto. Dio non si è dimenticato di questa terra, anzi, sprona l’uomo a ricordarsene.

Penso al sangue, elemento che ha unito un sabato e una domenica di febbraio bagnato dalle piogge, penso che da elemento di morte e di violenza siamo chiamati a riportarlo all’originale significato di alleanza e vita.  Ho deciso di narrare questi eventi, non per mettere in cattiva luce questo popolo, anzi … lo faccio perché racconto storie, incontri che la vita mi da in dono, senza nascondere il brutto e il bello, la paura e la gioia, cercando di condividere a parole ciò che mi  va capitando lungo il cammino. Scrivo perché come dice un proverbio indiano; “tutto ciò che non va donato va perduto”.
                                                                             
 

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