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AMARTI E' UNA FESTA

Catechesi GIM 2, 26 Novembre 2014 - Gv 2, 1-12

Il primo segno di Gesù, anzi il “principio” dei suoi segni sorprende e spiazza ogni persona, leggiamo allora con attenzione e preghiamo di comprenderne il senso, perché, posto all’inizio, è come l’ingresso nel vangelo. Il brano è molto noto, parla delle nozze di Cana, note anche attraverso la pittura, questo inizio di vangelo è strano: con tutti i problemi che ci sono al mondo- alcolismo a parte- che il Signore faccia come prima azione quella di aggiungere seicento litri di vino ad una festa è davvero sorprendente, ma allora cosa vuol dirci? Qual è la straordinaria novità che ci vuole rivelare Gesù?

E il terzo giorno ci fu uno sposalizio in Cana di Galilea ed era lì la madre di Gesù. Fu chiamato anche Gesù ed i suoi discepoli allo sposalizio e essendo venuto a mancare il vino dice la madre di Gesù a lui: Non hanno vino. E le dice Gesù: Che a me e a te, donna? Non è forse ancora giunta la mia ora? E sua madre dice ai servi: Quello che vi dirà, fatelo.Erano lì sei idrie di pietra poste per la purificazione dei giudeidella capacità di circa due o tre misure.Dice loro Gesù: Riempite le idrie d’acqua. E le riempirono fino al colmo. E dice loro: Attingete adesso e portate al maestro di tavola. E quelli portarono. Quando il maestro di tavola gustò l’acqua diventata vino e non sapeva da dove fosse, ma i servi lo sapevano quelli che avevano attinto l’acqua, il maestro di tavola chiama lo sposo e gli dice: Ogni uomo prima serve il vino bello e quando sono bevuti il più scadente. Questo principio dei segni fece Gesù in Cana di Galilea e manifestò la sua gloria e credettero in lui i suoi discepoli.

 

Una cronaca? Un miracolo ? O un segno rivelatorio? 

Leggendo il testo ci vengono alcune perplessità e domande, tra queste ci sono:

- Non si poteva fare una colletta tra gli invitati?

-Il Battista come sappiamo non beveva, forse i suoi discepoli (alcuni erano gli stessi apostoli del messia), più che credere in Gesù non si sarebbero scandalizzati nel vedere tutto quel vino?

- E' il 1° segno e i discepoli credettero. Ma sarà perché hanno visto il vino, oppure c'è qualcos'altro di più profondo e importante che hanno visto e sperimentato?

- Come mai non si spiega cosa ci fanno delle giare di purificazione in una casa privata e non nel Tempio, luogo adibito per questo?

- Come mai la sposa, non appare, non ha un nome?

- Come mai che lo sposo ha un ruolo insignificante, non parla mai?

- Perché invece sono più importanti per il racconto i capotavola, le giare i servi ?

- Perché si parla della madre di Gesù senza chiamarla per nome?

- Qual è l'ora di Gesù che lui stesso annuncia ma che non è ancora giunta in pienezza?

- Infine Gesù sembra aver dato una risposta negativa e brusca alla madre, è davvero così? O quelle parole analizzate bene possono dire altro?

- Sarà allora un semplice fatto di cronaca o miracolo? O si nasconde un messaggio più profondo?

C'è differenza tra segno e miracolo?

Sì, la differenza tra segni e miracoli è molto grande: miracolo è un fatto strano, straordinario, riservato per pochi e che può creare una certa frustrazione perché ci sentiamo incapaci. Il segno invece, potrebbe essere la cosa più ordinaria del mondo, che significa qualcosa di importante, che tu puoi fare ogni giorno. Cioè un messaggio che lasci è un segno, una parola è un segno, un sì è un segno, un gesto d’amore è un segno; cioè vuol dire qualcosa della persona che è compromessa dentro. Quindi tutte le azioni di Gesù in Giovanni sono chiamate segni perché significano come il Signore si compromette nelle sue azioni nei nostri confronti.

Segno” non della sua onnipotenza che può fare miracoli, ma di qualcosa di più interessante: che Lui è vino, che Lui è lo Sposo, cioè che Dio è gioia, è amore e viene a concedere a noi questo. Questo non è soltanto il primo di una serie, è “l’archè”, il principio, cioè qui inizia; qui è proprio la sorgente, l’origine dei segni. Che cos’è allora la gloria di Dio? È l’uomo che gioisce, l’uomo vivente, questa è la gloria di Dio.

Un Dio sorprendente

La volta scorsa abbiamo visto i discepoli che domandano al Signore: dove abiti? Dove stai di casa?. Oggi vediamo dove sta di casa. Noi immaginiamo subito che Dio sia nel tempio; lo troveremo, invece, ad una festa di nozze. Le due scene iniziali del vangelo di Giovanni, dove Gesù ci fa vedere dove abita, sono due scene che dal punto di vista religioso sono un po’ indecenti, almeno sconvenienti. Che il Signore abiti in una festa, per di più aggiungendo vino (più di seicento litri), che Dio abiti nella festa e nella gioia e non nella legge, nei sacrifici, nei recinti del tempio, è innovativo, tanto più che, quando comparirà nel tempio lo farà con una frusta, arrabbiandosi. Cioè fin dall’inizio il Vangelo ci vuol presentare quel Dio che nessuno ha mai visto.

Un racconto Africano per comprendere

Si racconta che un giorno Dio osservando dei bambini tristi e rimasti soli nella loro capanna per la mancanza dei genitori, che si erano attardati nel lavoro dei campi, sentì compassione e decise di scendere per dare loro conforto. I genitori poi ritornando a casa, vedendo quella presenza nella loro casa, pensarono che fosse venuto qualcuno per fargli del male ai loro bambini, allora decisero di cacciarlo, ma poi si accorsero della loro inganno e chi era quella visita, era Dio stesso. Così impauriti e intimoriti cominciarono a praticare riti, sacrifici e cerimonie per vedere come ammansirlo, come tenerlo buono, con sacrifici e con vari obblighi per non incorrere in punizioni severe.

Il volto deformato di Dio

Questo racconto appena citato esprime una delle caratteristica della religione pagana, la paura della divinità, paura che si doveva esorcizzare attraverso l'osservanza meticolosa e ossessiva di pratiche, di tabù, di riti purificatori. = ne deriva un rapporto con Dio deformato e angosciante, v.S. Paolo lo chiama "carcere".

Questa religione creata secondo la miseria psicologica umana è riapparsa in Israele con una moltitudine di precetti umani senza alcun valore, con i riti di purificazione e precetti di ogni genere,fino ad arrivare a 613 ( Col. 2.22). Questo ha posto fine al dialogo gioioso con il Dio padre e sposo predicato dai profeti e ha segnato l'inizio della festa di nozze senza vino = senza gioia, senza slanci d'amore, senza spontaneità, senza creativa e senza libertà.

E noi ritroviamo questo rapporto errato con Dio ogni volta che ricompare la religione dei precetti, del legalismo, dei meriti, delle minacce. E' questa una religione che toglie il sorriso, genera ansie, angosce e scrupoli, trasforma la festa in un dovere giuridico e crea indifferenza religiosa, fino anche a forme di ateismo La festa di precetto non può ridursi a un obbligo e al timore di peccare se non vado. Può essere felice Dio essere amato da chi lo rispetta per il timore di essere castigato da Lui? Ecco allora l'urgenza di un nuovo rapporto d'amore con lui, come lo è quello di una sposa che ama il suo sposo e viceversa. Se poi questo testo è il principio dei segni (archè) - lo dice espressamente - vuol dire che tutti gli altri sono da leggere sotto questa luce. Quindi è la chiave di lettura di tutto il Vangelo.

Le nozze

La nuzialità pervade tutto il quarto vangelo. Dio vuole essere lo sposo del suo popolo: anela a un amore ardente, appassionato: si è stancato di essere il Dio legalista della Legge, quello di cui si ha timore, aspira a una vera reciprocità con ognuno di noi: desidera stare insieme agli uomini in un rapporto d’amore, desidera essere amato come una sposa ama il suo sposo. L’amore coniugale, è un amore paritetico: Dio sa che l’uomo è potenzialmente capace di corrispondere al suo amore; crede che noi, suoi figli, siamo potenzialmente capaci di amare come Lui. Questo è il primo segno, che orienta tutti gli altri, indicando questo anelo profondo di Dio ad amare e ad essere amato. Ma oggigiorno molti hanno paura dell’amore: noi preferiamo essere sicuri, sedentari, camminare sulla terraferma, assicurati. Invece l’amore è insicuro perché trasforma, mette in movimento, non sai dove ti porta. Spesso rifiutiamo l’offerta di alleanza da parte di Dio. “Volete andarvene anche voi?” (Gv 6,67). “Nella voce di Gesù ci sono lacrime. Quando ci chiede di accoglierlo per una comunione di vita ci spaventiamo. Lo lasciamo lì solo con la sua domanda di amicizia profonda, di abitazione reciproca, di comunione esistenziale” (Jean Vanier). Il quarto vangelo si apre con un invito a nozze come primo luogo dell’esperienza del Dio di Gesù. Siamo fatti per le nozze, per l’incontro, per l’intimità, cioè per amare ed essere amati. Ed è proprio la dimensione più umana nella vita che diventa segno del divino.

In questi giorni una mamma di una ragazza che sta facendo un' esperienza molto bella di servizio in Mozambico, con ragazze a rischio di rimanere sulla strada, mi confidava le parole di sua figlia che gli diceva: "cara mamma non so come dirtelo ma qui non ho nostalgia di casa e sono felice, sento che non ho tutto quello che possiedo a Padova, ma non mi manca nulla di ciò che ho veramente bisogno, sento che l'affetto delle ragazze mi riempie di gioia e di pienezza di vita, è bello vivere così,...Questa piccola testimonianza ci dice una verità profonda: Gesù non misura l'amore con chi si lascia amare e cerca di entrare in intimità con lui, attraverso il servizio e la condivisione di vita con coloro che egli ama e che vivono in situazione di pericolo e abbandono.

E' il terzo, il sesto e addirittura il settimo giorno

Nel vangelo viene richiamato che siamo al terzo giorno, esso richiama il giorno definitivo, quello della resurrezione, il giorno della luce. Se però ricordiamo che i giorni precedenti erano altri tre giorni, quindi siamo al sesto giorno del racconto del Vangelo e il sesto giorno richiama il giorno della creazione dell’uomo, creato al sesto giorno per raggiungere il settimo, per raggiungere il riposo. Il sesto giorno è l’uomo, il compimento del creato e l’uomo è fatto per unirsi a Dio il settimo giorno, in modo che tutto il creato sia pieno della vita e della gioia di Dio; di fatti c’è uno sposalizio.

Una sposa che ha paura di essere amata

Voi sapete che fin dall’inizio la fedeltà non è stata la qualità principale della sposa, del popolo di Dio. Già Adamo ed Eva, i primi, hanno pensato bene di andare altrove; il Signore alla brezza della sera passeggiava e chiese:" dove sei"? C'era un desiderio di stare in compagnia dell’uomo; e l’uomo si è nascosto da lui ed è fuggito perché ha avuto paura. Tutta la Bibbia racconta questa fuga dell’uomo,della donna da Dio perché ha paura dell’amore, ha paura della vita e di Dio che lo cerca e termina con l’Apocalisse che è la scena delle nozze.

Quindi questo tema dello sposalizio si pone all’inizio, è lì a Cana di Galilea; pure la madre è lì come saranno lì le giare di pietra.

La madre o la donna chi rappresenta?

Maria è chiamata “madre” dal cronista; Gesù la chiama “donna”. Maria è insieme “madre”, simbolo del popolo che dà la vita, ma anche “donna” che vuol dire “sposa”; è colei che ama lo Sposo, ama Dio. E i discepoli assistono allo sposalizio. Durante quelle nozze viene a mancare il vino. Il vino è un segno preciso. Mentre il pane e l’olio sono necessari per vivere nell’area mediterranea, il vino è un di più, ma è quel di più necessario che rallegra il cuore dell’uomo, quel di più indispensabile nella vita dell’uomo perché sia umano; perché se si vive solo per mangiare si è come bestie, l’uomo vive per gioire. Quindi il vino è segno della gioia, dell’amore, della vita. È l’esperienza che tutti proviamo: nell’esistenza, ad un certo punto ci manca l’essenziale; magari abbiamo abbondanza di pane, di olio e di tutto,..... ma manca semplicemente l’unica cosa che dà senso alla vita: l’amore, la gioia, la festa....... Questo capita non solo ad Israele che era stato infedele all’alleanza, capita ad ogni uomo, ad ogni donna che è tanto occupato per il pane e per l’olio - si fa per dire - e non ha più vino, la sua vita ha perso la dimensione della festa, dell’altro, della relazione, delle nozze, dell’amore. Ad accorgersene c’è Maria, la madre e lo dice a Gesù: "Non hanno vino". Il suo primo passo consiste nel mostrargli la carenza: non hanno vino. “La madre di Gesù”, rappresenta dunque tutto il popolo d’Israele che implora gioia per il popolo che non ha vino. Maria costata che non c’è vino. Noi siamo chiamati ad avere queste viscere di madre che si preoccupano della situazione di sofferenza del popolo. Alla fine ogni vocazione è un riconoscere un dono ricevuto nel profondo di sè stessi (vino nuovo), è costatare anche una carenza di vita piena. Aprirsi a questo dono è cominciare a sentire una passione d'amore per una realtà che comincia a coinvolgerti e scoprirne in essa un bisogno (v. scelta missionaria del Comboni e di tanti altri), e aderire con tutto se stessi, per così essere integrati nella vita e nella gioia che riserva a chi accetta di viverla.

Qual è l'ora di Gesù?

E Gesù le dice: Che a me e a te? È un’espressione che a noi risulta oscura. Non vuol dire: Che ce ne importa, affari loro! Lascia perdere! Non è ancora la mia ora, devo allenarmi a fare prodigi, non mi sono ancora allenato! No. “Che a me e a te”, fa parte del linguaggio diplomatico dell’epoca. Quando due alleati si trovavano in un problema scottante, dove era in questione l’alleanza, si dicevano l’uno l’altro: Che a me e a te? Cioè: ricordiamoci che siamo alleati! Si richiamavano i reciproci doveri. Se non abbiamo vino, se non abbiamo vita, se non abbiamo gioia, non abbiamo festa, questo ti importa, perché tu sei mio alleato. Quindi Gesù le conferma che si sono alleati, che stia tranquilla, che è arrivata la sua ora. È venuta l’ora in cui finalmente il Signore è venuto a portare il vino sulla terra, è venuto a portare la vita e la gioia di Dio, del suo papà. Perché la Parola si è fatta carne in Gesù, quindi l'umanità e Dio sono già uniti. Quindi si celebrano già le nozze, l’uomo, la donna sono già divini, possono già vivere una vita nell’amore, nella gioia, nella pienezza, già ora, si tratta però di attingere. Ricordiamo le prime parole di Gesù nel vangelo di Marco: “Il tempo è finito, è compiuto”.

‘Alleanza e Resurrezione’

Alleanza

Questo passo inizia con una specificazione: “il terzo giorno”. “Il terzo giorno” è un riferimento al giorno dell’Alleanza tra Yavè e il suo popolo sul Sinai (“Al terzo mese dall’uscita degli israeliti dalla terra d’Egitto… essi arrivarono al deserto del Sinai”, Es 19,1) ma anche alla resurrezione. Nel versetto immediatamente precedente a questo brano Gesù si definisce come figlio dell’uomo: “Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il figlio dell’Uomo” (1,51). Una caratteristica fondamentale del Figlio dell’uomo – dell’essere umano - è vivere queste due dimensioni: l’alleanza e la resurrezione. La dimensione dell’alleanza sembra fuori moda in questa epoca, in cui si esalta “L’uomo senza legami”, il titolo di un libro: è questo l’ideale dell’uomo postmoderno. Nel cuore di Dio, invece, c’è questo impulso all’alleanza: il matrimonio è un’alleanza, comunione di vita tra uomo e donna. La vita di Dio non avrebbe senso senza alleati: “La gloria che tu mi hai dato io l’ho data a loro… Io in loro e tu in me” (Gv 17,23). Io in loro”: é un desiderio di alleanza, di interconnessione: Gesù vuole essere alleato con noi, abbracciarci, sentirsi parte di noi, interconnesso con noi. Una vita è davvero umana quando ci intrecciamo – e ci alleiamo - con Dio e con i fratelli. Con chi sei intrecciato, con chi sei interconnesso tu? Il successo o il fallimento della nostra vita dipende da questo.

Chiamati a una trasformazione per sempre = resurrezione

La resurrezione è una forza che agisce in maniera permanente nella nostra vita, sia a livello personale che a livello sociale: la resurrezione è sempre in agguato. Ma noi ci crediamo? Che il Padre della gloria... illumini gli occhi della mente, perché comprendiate... con quale straordinaria potenza attua Dio con i credenti, cioè con quella stessa forza irresistibile che operò in Cristo quando fu resuscitato dai morti” (Ef 1,17-20). Nella vita dei credenti attua la stessa straordinaria forza con cui il Padre resuscitò Gesù. Il cristiano è colui che crede che la forza della Resurrezione abita e attua in noi, una forza capace di sconfiggere la morte, capace di vincere la nostra stanchezza e la nostra mediocrità, capace di entrare in maniera irresistibile nel nostro cuore e di trasformare la nostra vita, dare vita a ciò che ancora non esiste (Rm 4,17), sia a livello personale che a livello sociale. Domandiamoci: il mondo, contemplando la comunità cristiana, percepisce che in noi sta attuando questa “straordinaria potenza di Dio”?

Le giare

Le sei giare di pietra contenevano 600 litri di vino: è una quantità sproporzionata. Sia la quantità che la qualità del vino supera di gran lunga la richiesta della circostanza. Tutto ciò fa intuire la presenza di un di più. Gesù non crea mai qualcosa dal nulla, altra caratteristica comune dei segni: usa sempre quello che ha l’uomo (pani, acqua) e lo trasforma. La resurrezione è iscritta nel nostro DNA. La resurrezione è sempre in agguato nella nostra vita quotidiana, anche nella nostra vita personale. Oggi sono pescatore di pesci, domani pescatore di uomini: oggi sono portatore d’acqua, domani distributore di vino bello!!

" Riempitele!"

La risposta di Maria fa capire che ha inteso le parole di Gesù in un senso positivo: tra te e me c’è qualcosa di preciso, c’è un’alleanza ed è giunta la mia ora, quindi passiamo all’opera. Allora Maria dice ai servi - fate ciò che vi dirà. Noi abbiamo una specie di capacità infinita, negativa però, nel senso che noi possiamo dire il nostro no e stoppare quindi l’iniziativa di Dio; d’altra parte abbiamo anche la possibilità, dicendo il nostro sì, di aprire all’azione di Dio. È importante perciò: "Ciò che vi dirà, fatelo". Gesù dice: Riempitele. Se dice “riempitele” vuol dire una cosa semplice: che erano vuote, vuol dire che c'è una creazione, una legge religiosa e tutta un’infinità di riti, tutti senza senso e senza vita, Gesù dice: riempiteli. Perché capita nella nostra esistenza che tutte le cose perdano senso? Perdono vita? Perché rinunciamo al desiderio, al desiderio per cui siamo fatti. Gesù dice riempitele, e si riempiono con l’acqua. L’acqua rappresenta il desiderio di vita dell’uomo. Guai a chi rinuncia ai desideri profondi che sono nel cuore dell’uomo; sarà l’acqua a diventare vino, l’acqua è l’elemento vitale, umano. Cioè tutto ciò che è umano diventerà vino bello. In queste giare, si può vedere un’allusione alla capacità che siamo, più che alla capacità che abbiamo, una capacità che può essere riempita solo da Dio, in un certo senso noi siamo fatti a dismisura dell’infinito, per cui tutto quanto non è Dio non ci sazia, non ci riempie. Noi invece siamo esperti a tramutare il vino del Vangelo in acqua e ci riusciamo bene. Ogni volta che noi leggiamo il Vangelo come obbligo, dovere, legge, tristezza, facciamo questo.

"Attingete adesso non dopo"

Attingete adesso; “adesso” non dopo. C’è da attingere adesso da quest’acqua, da questa pienezza d’umanità che è lui stesso; ascoltate lui, lui che è la parola stessa di Dio, che è uomo e vive nella carne l’amore di Dio e vi accorgerete che attingendo da lì, la vostra vita diventa divina, diventa sensata, diventa piena, diventa nell’amore, nella gioia, attingete! Quando? Adesso! Ma è acqua! No, no non è acqua, ormai quell’acqua è vino. Quell’uomo è Dio! “Fate ciò che vi dirà”; sono le prime parole; provate a fare la sua parola, che cosa dice la sua parola? “Riempite le idrie di acqua”, riempite questi contenitori che siete voi di tutti i desideri che Dio vi ha messo dentro fin dalla creazione e attingete adesso, perché c’è dentro ormai il grande dono di Dio; è Lui che vi ha messo questi desideri perché si compiano, perché non ce li ha messi semplicemente per frustarci e per renderci delusi; ce li ha messi perché abbiano il loro compimento. Se tu rinunci a questi desideri, non credi a questi, non credi alla vita, non credi a te stesso, chiaro che non credi neanche a Dio e non ha senso vivere. Quindi, come avviene il miracolo? Proprio ascoltando quello che Lui mi dice.

La grazia e il ‘vino bello’

Nel capitolo precedente si diceva: “La legge è venuta da Mosè, ma la grazia venne per mezzo di Gesù” (Gv1,17). ‘Grazia’ in greco si dice ‘charis’, da cui deriva la parola italiana carezza. E allora questo versetto lo possiamo tradurre così: “La legge è venuta da Mosè, ma la carezza è venuta per mezzo di Gesù”, “Mosè ci ha dato la legge, ma Gesù ci ha dato la carezza”. “La tua carezza vale più della vita” dice il Salmo 61. E’ la carezza di Gesù che dà senso e pienezza alla nostra vita. In africa si dice che un piatto di riso dato dalla mamma al suo bambino seppur piccolo, nutre di più che un piatto offerto da un estraneo seppur migliore e più grande. Il ‘vino bello’ è il regno di Dio, la bellezza del regno della carezza inaugurato da Gesù, al quale noi rispondiamo con un ‘grazie’. In Mozambico quando incontravo i bambini e offrivo una carezza, tutti si avvicinavano stupiti con la speranza di riceverne una. Noi siamo fatti così, per essere amati e spesso ci sorprende questo amore che ci raggiunge, ci crea timore perché suscita la domanda: "dove mi porterà se mi lascia amare e accarezzare da Dio"? .

La spiritualità comboniana della "‘rigenerazione", del "banchetto di nozze", del "vino nuovo".

Anche la spiritualità comboniana si basa sulla rigenerazione-resurrezione dell’Africa, del vino nuovo offerto da Dio a loro. [1425] Il Piano del Comboni è basato su questo principio: "Rigenerare l'Africa per mezzo dell'Africa stessa”. E' da molti anni che io mi sono consacrato a quest'opera difficile e quasi disperata. Per salvare gli Africani dalla schiavitù ho deciso, con i miei valorosi compagni di fatiche, di affrontare la fame, la sete, il caldo e i pericoli della vita. Ora, Padri Eminentissimi e Reverendissimi... raccomandando a voi la causa gravissima dei neri e scongiurando la vostra protezione e misericordia in favore dei popoli dell'Africa i quali sono i più infelici di tutti e da tutti abbandonati. Si deve fare ogni sforzo perché la Nigrizia si unisca alla Chiesa… Questo lo esige la promessa fatta dallo stesso Signore Nostro: ‘Si fará un solo ovile e un solo pastore’. A questo infine mira la speranza di questo popolo, al quale è stato detto per mezzo di Sofonia: ‘Da oltre i fiumi dell’Etiopia verranno i miei adoratori’ (Sof3,10)”.

Un’impresa quasi disperata: è un cambiamento, una trasformazione impossibile da realizzare in una prospettiva puramente umana. Comboni ha fede in questa forza irresistibile della resurrezione, del dono del vino nuovo; quella stessa forza e quel dono che attuò in Gesù adesso agisce nei suoi discepoli. Ad occhi umani può sembrare un’impresa quasi disperata, ma si tratta di cominciare a credere in questa forza di Dio che attua nei credenti e in noi. Comboni ci credeva. Comboni si sente chiamato a una missione storica: realizzare questo antico desiderio, sogno di Dio di abbracciare i popoli africani. Molte volte noi abbiamo ridotto le profezie bibliche a ‘bella poesia’; Comboni, invece, crede in queste profezie, in questo sogno, e sente che il Signore vuol servirsi di lui per portarle a termine. E oggi di chi può servirsi Dio se non per mezzo di te, e di me?

Chiamati ad accogliere o condividere il vino nuovo P. Cristian dal Sudan ( nov.2014)

....I discepoli credettero in lui ci dice alla fine il brano del vangelo. Credere in lui, unirsi a lui per diventare come lui. I discepoli credettero in lui: ecco che anche di loro si può dire che c’è un principio, un incominciare a credere; non è che folgorati da questo fatto, da questo segno sono nella pienezza della fede, ma incominciano a credere Cristo è veramente «la nostra pace», e «l'amore di Cristo ci spinge», dando senso e gioia alla nostra vita. La missione è un problema di fede, è l'indice esatto della nostra fede in Cristo e nel suo amore per noi”. RM 11 L’amore di Cristo e l’amore per Cristo si traduce nell’amore per i suoi fratelli più piccoli (Mt 25,20). Non i fratelli che ci scegliamo, ma quelli a cui siamo mandati o che ci sono mandati dalla Provvidenza. Non per farci strada, per ricevere il plauso, per realizzare noi stessi o avere il credito di aver fatto qualcosa di buono, ma perché c’è un esigenza d’amore, di donazione disinteressata e gratuita. Significa quindi scendere dal trono o cattedra che sia; togliere anche quelle maschere che si frappongono tra noi e la gente pregiudizi e programmi compresi. Non la gente a servizio della missione, ma il missionario\a a servizio della gente (Fil 2,5-11). E questo si traduce in tanti piccoli e, allo stesso tempo, importanti attitudini: dare tempo senza perdere tempo, imparare ad ascoltare invece di credere di conoscere, dedicare attenzione alla lingua e alla cultura, percepire la diversa visione della vita senza giudicare, la scala di valori e il diverso modo di pensare compresi. Il missionario può essere tentato di irrigidirsi: “Se non cambiano questa o quella abitudine, non potranno mai capire il Vangelo”. Diventa come uno scoglio dove le onde si infrangono. Il missionario non deve tanto concentrarsi a far cambiare le abitudini, ma deve prima comprenderle ed accettarle. Sarà poi il Vangelo una volta penetrato a fare il suo corso e portare una cultura a maturazione e facilitare anche quei cambiamenti che sono necessari. Una trasformazione dall’interno quindi. L’amore per la gente diventa sempre fiducia nella gente.

Domande:

1- “Ogni segno è custode di un messaggio profondo da cogliere”. Ricorda un segno della tua vita particolarmente significativo: che messaggio e che grazia hai colto in questo segno?

2- La madre di Gesù gli mostra la carenza di cui soffre il popolo: cosa mi manca in questo momento per rendere piena la mia gioia? Quale mio atteggiamento impedisce alla forza della resurrezione di entrare nella mia vita?

3- Che immagine di Dio ho dentro di me? Di un Dio che crea la festa, la vita, la pienezza di gioia o dell'obbligo, del dovere o della frustrazione?

4 - Nella mia vita lascio che la mia umanità si trasformi in vino? In grazia ? O mi accontento di riempire le giare di surrogati che illudono, ma non saziano?

5- Sento che comincio a credere fermamente in Gesù? Ne vedo i segni? Quali sono?

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