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At. 18, 1-6 (1 Cor 1,10-31)

FRATELLI E SORELLE NELLA DEBOLEZZA Catechesi GIM 1 Venegono Maggio 2008


 FRATELLI E SORELLE NELLA DEBOLEZZA

At 18,1-6 e 1Cor 1,10-31 

 

Contesto

Avevamo lasciato Paolo ad Antiochia (Asia Minore) di ritorno da Gerusalemme dopo la risoluzione del conflitto creatosi tra i cristiani provenienti dal giudaismo e quelli ellenisti, e dove le due tendenze di Chiesa accolgono un progetto comune da essere vissuto e concretizzato in futuro e prendono una decisione che definisce per sempre il modo di essere Chiesa nel mondo: per poter essere membro della comunità cristiana è sufficiente la fede in Gesù Cristo e non è necessario praticare la circoncisione e nemmeno osservare le leggi giudaiche della purezza.
Si cerca di mettere in pratica l’agire di Dio che non fa discriminazione alcuna, perché Lui è il Dio di Tutti. In seguito Paolo riparte, si rimette in cammino, attraversa la Siria, la Cilicia e arriva fino in Grecia fermandosi nelle principali città (Filippi, Tessalonica, Berea, Atene) e oggi, lo incontriamo a Corinto, colonia romana, capitale amministrativa dell’Acaia e sede del governatore romano: il proconsole Gallione.

Corinto

Grazie alla sua posizione, all’incrocio fra il Mare Egeo e Adriatico e ai suoi due porti, era diventata la città più importante della Grecia, vi era presente una popolazione eterogenea in cui coesistevano tutte le razze e tutte le religioni; numerose attività commerciali e industriali; vita facile di lusso per alcuni, povertà per altri; e folle di schiavi sfruttati. Sembra che la sua popolazione nel I sec. d.C. raggiungesse il mezzo milione di abitanti, 2/3 dei quali appunto schiavi. Ma questa città cosmopolita era anche un centro intellettuale dove tutte le correnti del pensiero erano rappresentate. Era pure un centro religioso nel quale i culti dell’Oriente convivevano con il politeismo greco ed esercitavano una certa seduzione. Corinto era tristemente famosa per uno stile di vita dissoluto. Il simbolo della vita corrotta, era il santuario dedicato ad Afrodite, servito da più di mille prostitute… eppure all’interno di questa realtà Paolo riesce a impiantare una comunità viva e fervente, ma continuamente esposta alle sfide dell’ambiente in cui è inserita.


È la sfida di ogni tempo, quella di saper vivere con coerenza e coraggio la propria fede decidendo di “STARE” dentro questo nostro mondo come SEGNO di contraddizione, PRESENZA alternativa sulle orme di GESÙ il MAESTRO credendo nel suo progetto di fraternità universale.
Seguendolo come comunità, continuiamo la sua missione, se Vivi-Amo la fraternità, la comunione, la condivisione pur nella fragilità e debolezza della nostra umanità, per far crescere, dal basso, il suo Regno, quel “mondo altro possibile”, fondato non sulla sapienza umana ma su quella che viene da Dio che sceglie di farsi piccolo/debole, che assume la stoltezza della croce, segno di una VITA/DONATA,  che porta in sé UNA POTENZA CHE PUO’ RIVOLUZIONARE il mondo non con la forza della violenza, della sopraffazione, dell’imposizione, ma con la FORZA/DEBOLEZZA DELL’AMORE che libera e rigenera vita.

Ambiente

Paolo arriva a Corinto verso il 50 d.C., durante il suo secondo viaggio missionario, con animo timoroso e trepidante, dopo le persecuzioni subite a Filippi, Tessalonica, Berea e il rifiuto di Atene dove nell’Aeropago, anche con discorsi sapienti aveva cercato, ma senza successo di dare un volto a quel “Dio ignoto” adorato dagli ateniesi.
Gli inizi sono modesti, ma ci fanno conoscere la metodologia che Paolo utilizza per trasmettere la buona novella e che dopo l’esperienza di Atene assume forme più umili e discrete.
La questione che Paolo presenta in riferimento alla comunità di  Corinto, è una delle fondamentali problematiche che troviamo lungo tutta la storia della Chiesa, particolarmente nella sua attività missionaria, dell’inserimento del messaggio cristiano in una cultura differente da quello in cui era vissuto precedentemente (acculturazione). Qui si tratta del passaggio dalla cultura del mondo giudaico-palestinese a quella del mondo ellenistico. Passare da un credo politeista alla fede in Gesù Cristo, non era facile. Lasciare gli antichi costumi, era una sfida grande. Non ci sono più i problemi tipici riguardanti le prescrizioni mosaiche, ci sono invece problemi nuovi determinati dal confronto con la mentalità pagana. C’è anche a Corinto il pericolo di ricadere nella schiavitù: non quella della legge e delle opere, ma quella della propria sapienza, quella di credere che sia l’uomo con le proprie forze a raggiungere la salvezza.


Entriamo nel testo...


At. 18, 1-6

Giunto a Corinto, Paolo si ferma nella casa di una coppia di giudei-cristiani, Aquila e Priscilla, profughi da Roma a seguito dell’editto di Claudio (49-50 d.C.), i quali diventeranno suoi collaboratori anche nel successivo lavoro missionario.  
È ancora in una CASA, (piccola Chiesa domestica), che si apre all’ospitalità e all’accoglienza, che vive la comunione fraterna nel pregare e nello spezzare il pane insieme, nel condividere la fatica del lavoro manuale (erano fabbricanti di tende come Paolo) che riparte l’azione missionaria di Paolo. Una piccola comunità di vita, alternativa al contesto in cui era inserita, una comunità come ce ne sono tante anche oggi sparse per il mondo, che vive in mezzo al popolo che condivide le stesse fatiche, e sofferenze, che si propone uno stile di vita più semplice più essenziale, dove si vivono relazioni umane più vere, perché sostenuti da una forza che viene da Qualcun Altro per il quale si sente di poter spendere la propria vita diventando TESTIMONI CREDIBILI dentro la storia, perché  Cristo ha preso dimora dentro di noi, e vive in noi.


Allora come Paolo possiamo annunciare la Parola che anche oggi sfida a prendere una decisione, a schierarsi, una Parola che anche oggi come per i giudei di quel tempo provoca la rottura, il rifiuto, la non accoglienza, perché ci si crede autosufficienti, si crede che la salvezza è nelle nostre mani  per cui non si è disponibili ad accogliere la PAROLA che in qualche modo può rivoluzionare la nostra vita.
Anche in questo contesto il Dio Potente, si fa debole, perché ci ha generati come gente libera, lasciandoci la possibilità di rifiutare il suo dono d’amore.
È bello vedere come sia ancora lo Spirito che sostiene il missionario, lo fa capace di avere uno sguardo che va oltre, le delusioni, i fallimenti, capace di vedere nuovi cammini che si aprono, nuovi cuori pronti ad accogliere la “novità” di un Dio che si fa uomo e che dona la vita, perché tutti abbiano vita in abbondanza.
“Paolo, missionario a Corinto, ci propone un metodo, impegnativo, ma efficace per aprire un varco al Vangelo: è la via paziente e tenace del dialogo, che non cerca compromessi, ma che sa compromettersi per Cristo attraverso una testimonianza sostenuta da una certezza che viene da Colui che l’ha inviato: “non avere paura, ma continua a parlare, e non tacere, perché io sono con te, nessuno cercherà di farti del male, perché io ho un popolo numeroso in questa città” (At. 18,9s).

 

"Il missionario/a della Nigrizia deve sovente riflettere e meditare che egli lavora in un’opera di altissimo merito sì, ma sommamente ardua e laboriosa per essere pietra nascosta sottoterra che forse non verrà mai alla luce e che entra a far parte del fondamento di un nuovo e colossale edificio che solo i posteri vedranno… il Missionario della Nigrizia spoglio affatto di tutto se stesso, e privo di ogni umano conforto, lavora unicamente per suo Dio, per le anime le più abbandonate della terra, per l’eternità"  

(S. 2701-2)






 

1 Cor. 1,10-31

È attraverso la prima lettera che Paolo scrive ai Corinzi da Efeso durante il suo terzo viaggio missionario (57 d.C.), che conosciamo meglio questa comunità e i suoi problemi.
Mentre si trova ad Efeso Paolo viene a conoscenza che nella comunità da lui fondata, c’erano  divisioni e rivalità, si erano formati dei gruppi contrapposti, che si identificavano col pensiero di uomini concreti: Paolo, Apollo, Cefa, ma lui ricorda che la chiamata fondamentale per il cristiano è quella della comunione con Dio che impariamo guardando alla vita del Figlio suo Gesù Cristo sostenuti  dalla forza dello Spirito.

Come superare le divisioni? (vv. 10-17)

Paolo indica chiaramente qual è il cammino da compiere per ri-creare la comunione nella comunità: “ri-trovare la propria identità in Gesù Cristo”, guardare a lui, è lui il riferimento fondamentale e non l’identificazione con l’uno o l’altro dei suoi apostoli o discepoli.
Cristo è stato forse diviso?…La missione di ogni discepolo è quella di portare a Cristo e non quella di attirare le persone a sé. Ogni percorso di fede deve avere un obiettivo chiaro l’incontro personale con il Signore Morto e Risorto e la vita di comunione con Lui che ci permette poi di vivere la comunione con i fratelli. La salvezza non viene dai nostri sforzi o dal nostro sapere, ma da Dio che si è rivelato e donato a noi nella croce di Gesù Cristo. La sua croce è il segno di un amore totale e gratuito che ci permette, cioè ci dà il dono e il compito, di vivere in modo nuovo. Paolo propone ai fedeli di Corinto di tenere sempre presente la croce di Gesù Cristo come chiave interpretativa della realtà cristiana. Anche Comboni ce lo ricordava ai suoi missionari/e: “tenete sempre gli occhi fissi in Gesù Cristo….” È solo ricordando il mistero pasquale che si può trovale la soluzione alle divisioni: “forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati? (lett.= in vista del nome di Paolo che siete stati battezzati?). Si può essere discepoli di un solo Maestro, perché solo uno è stato crocifisso ed è morto per tutti: Cristo! Siamo stati battezzati in vista del nome di Cristo, cioè per appartenere a Lui! E concluderà questa lunga dissertazione alla fine del capitolo 3 con queste parole: “Quindi nessuno ponga la sua gloria negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1 Cor. 3,21-23). Siamo di Cristo, apparteniamo a Lui, solo in Lui trova senso la nostra vita, è Lui il punto di riferimento, non un’altra persona, il gruppo, il movimento o associazione per quanto bello o buono possa essere. La morte in croce di Gesù è il massimo di donazione per la salvezza di tutti. È guardando a Lui, tenendo “gli occhi fissi” sul Dio crocifisso che impariamo a superare, le nostre chiusure, divisioni, che diventiamo capaci di accogliere l’altro come ricchezza come dono, come fratello/sorella con il quale camminare e collaborare per la costruzione di una comunità umana più solidale e fraterna.

La sapienza e stoltezza della croce (vv. 18-25)

Paolo ritiene fondamentale la parola della croce anche se sa che il vangelo di Gesù crocifisso costituisce “scandalo” per i giudei, “stoltezza” per i pagani.
Il triplice scandalo (occasione di inciampo) di Gesù per i giudei e i greci sono: il presepio, la croce, l’Eucarestia, in una parola la Pasqua, il Cristo Crocifisso sapienza di Dio.
II Dio del Presepe è un Dio debole, piccolo, indifeso, un Dio che si fa uomo. Ha una stalla come reggia, una mangiatoia come trono. Nasce in viaggio, straniero, fuori dalla città, perché per Lui non c'è posto in albergo. Pastori rudi ed emarginati sono i suoi primi adoratori. Poi degli stranieri, dei lontani, gente che viene «da fuori».
Un Dio debole come il Cristo della passione e della croce: «Ha preso a tal punto l’ultimo posto che più nessuno glielo potrà mai più togliere». (Charles de Foucauld)
Un Dio debole come il Dio dell'Eucaristia: “Pane spezzato” che si offre silenziosamente, umilmente, discretamente fino a scomparire dentro di noi.
Un Dio debole come il Dio della prima chiesa degli apostoli: «Non ho né oro né argento ma quello che ho te lo do: in nome di Gesù Nazareno alzati e cammina» (At 3,6).

Ecco perché Dio è debole: perché è AMORE, Comunione d'Amore, Comunione di Persone, Trinità.
«È ai piedi del Presepe, ai piedi della croce, ci dice Moltmann, che noi conosciamo il cuore di Dio... un Dio che è Amore».
Ed è nella natura di ogni vero e autentico amore farsi debole, piccolo, disarmato, vulnerabile e vicino in modo particolare ai più deboli.
Teniamo ben presente che se Dio si rivela come Amore che si fa debole verso di noi è proprio perché questo Amore e questa Debolezza costituiscono la sua natura stessa e la natura di ognuna delle tre Persone che proprio perché si amano di un amore infinito si ritrovano ad essere infinitamente deboli, disarmate, vulnerabili l'una nei confronti dell'altra.

(Bruno Forte)

E questa una verità importantissima da tenere presente perché ci rivela che non solo l’amare e il donarsi ma anche il lasciarsi amare e il ricevere è divino… Lasciarsi amare e ricevere, che si attua facendosi deboli, piccoli, accoglienti, bisognosi dell’altro per poter camminare insieme essendo l’uno la forza dell’altro pur nelle nostre fragilità.

Siamo però profondamente consapevoli che se la debolezza è la veste in cui si presenta l'Amore, in realtà questa debolezza è la vera forza perché è la forza dell'Amore... la forza di Dio.
«Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani, ma per coloro che sono chiamati è potenza e sapienza di Dio» (1Cor 1,23).
Prova ne è il fatto che nessuno come colui che diventa debole per amore e assume la sua debolezza con amore, acquista forza e autorità.
È in quel bambino piccolo e indifeso del Presepe che i Magi riconoscono una regalità ancora più grande di quella conosciuta nel firmamento o nei libri di filosofia.
È in quel Gesù crocifisso che muore con amore che il centurione romano riconosce il Figlio di Dio.
E d'altra parte niente come la debolezza dell'amore fa paura ai potenti. Il bambino inerme del Presepe incute più paura che un esercito.
Bastano pochi apostoli senza autorità che predicano liberamente la Buona Novella per mettere un grande scompiglio tra le autorità giudaiche (At 4).
Ci sono state persone come Gandhi, Luther King, Romero e tanti altri, che proprio per la loro debolezza che li rendeva integri e liberi, furono pietra di inciampo per i potenti e vennero uccisi.

«I violenti dell'amore - diceva don Mazzolari - sono un pericolo sociale, l'unico pericolo subito avvertito. Rare volte gli uomini sono riusciti a colpire gli operatori di iniquità, hanno però sempre saputo colpire con pugno duro i loro veri benefattori»

Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti.
La comunità di Corinto ne è la prova, costituita nella quasi totalità da gente di umile condizione, schiavi, meticci, liberti, lavoratori del porto, piccoli commercianti  che erano però pur sempre greci…. Paolo li richiama a guardarsi attorno a vedere chi sono quelli che si riuniscono nelle loro assemblee, compagni  tra i quali si scambiano l’appellativo di fratelli e sorelle… non sono davvero molti i sapienti agli occhi del mondo o i potenti e nobili secondo la carne…  non hanno proprio di che vantarsi, eppure Dio ha scelto loro...
EPPURE DIO OGGI SCEGLIE NOI con i nostri limiti, con le nostre incongruenze, con le nostre fragilità umane e ci dice che:


  • Non dobbiamo disprezzare o vergognarci delle nostre debolezze. Dobbiamo riconoscerle, accettare, assumerle con amore sapendo che Dio stesso le ha fatte sue. «La tua miseria ammessa e confessata diventa lo spazio libero in cui Dio può continuare a creare» (P. Leclerq).  È a partire dal tuo punto debole che Dio ti può salvare, ri-creare, ri-generare a vita nuova.
  • Dobbiamo assumere la sua logica, imparare ad essere piccoli, deboli, per amare veramente, autenticamente e lasciarci amare. Piccoli per diventare fratelli e sorelle. Anche se ti porterà ad andare continuamente contro corrente, sia quella della debolezza la tua scelta “etica e politica» di vivere dentro la storia.
  • Piccolo e debole tra i piccoli e i deboli per «gridare il Vangelo con la vita».  Per essere con la tua vita colui, che come Gesù “sa scandalizzare”, essere occasione di inciampo per gli altri, perché GIOVANE deciso a GIOCARSI e a SPENDERE LA VITA scommettendo SULLA DEBOLEZZA DELL’AMORE… Che più si dona e si consuma e più genera VITA.
  • Impegnati a costruire piccole Comunità, Chiese domestiche, che non cercano le garanzie e le sicurezze del mondo, ma che si mantengono, umili, piccole, povere, vicine ai poveri, non compromesse. Più ricche di Presenza e di Profezia che di cose, capaci di testimoniare senza neanche tante parole il volto d'Amore del Padre.

 

BUONA STRADA… rimettiamoci in cammino

sostenuti dalla debolezza dell’AMORE.
 

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