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Aprile 2015 - ALTERNATIVI AL SISTEMA

Mc 11,11-26 - fr. Alberto Parise

ALTERNATIVI AL SISTEMA

Mc 11, 11-26 

11Ed entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l'ora tarda, uscì con i Dodici verso Betània.

12La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. 13Avendo visto da lontano un albero di fichi che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se per caso vi trovasse qualcosa ma, quando vi giunse vicino, non trovò altro che foglie. Non era infatti la stagione dei fichi. 14Rivolto all'albero, disse: «Nessuno mai più in eterno mangi i tuoi frutti!». E i suoi discepoli l'udirono.

15Giunsero a Gerusalemme. Entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e quelli che compravano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe 16e non permetteva che si trasportassero cose attraverso il tempio. 17E insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata
casa di preghiera per tutte le nazioni? 

Voi invece ne avete fatto un covo di ladri».
18Lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutta la folla era stupita del suo insegnamento. 19Quando venne la sera, uscirono fuori dalla città.

20La mattina seguente, passando, videro l'albero di fichi seccato fin dalle radici. 21Pietro si ricordò e gli disse: «Maestro, guarda: l'albero di fichi che hai maledetto è seccato». 22Rispose loro Gesù: «Abbiate fede in Dio! 23In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: «Lèvati e gèttati nel mare», senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. 24Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. 25Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe».


Ci sono molti e rapidi cambiamenti che stanno prendendo piede a Nairobi. L'economia dei capitali con grandi investimenti immobiliari; il proliferare delle automobili che oramai intasano anche le stradine alternative una volta sconosciute ai più, ed anche le baraccopoli sono sotto pressione per la speculazione edilizia. Nel giro di qualche mese, sono crollate tre palazzine di 7 o 8 piani, già occupate ma ancora in costruzione. L'ultima è stata qualche settimana fa ad Huruma, dove speculatori senza scrupoli fanno sgomberare le baracche per costruire codomini con “appartamenti” di 10 mq, senza la necessaria aerazione, luce, fogna e così via. 

Cammino per i vicoli di Huruma con Waweru, un residente della baraccopoli di Ghetto e attivista di Muungano wa wanavijiji, la federazione degli abitanti delle baraccopoli. Orgogliosamente mi fa vedere lo stato di avanzamento del progetto di riqualificazione dell'insediamento, portato avanti dagli stessi residenti. La mia memoria corre indietro al giugno del 2001, quando giravo tra le baracche degli stessi vicoli con i gruppi di residenti che facevano la mappatura fisica e socio-economica del luogo. Era il primo passo per la mobilitazione e l'organizzazione delle baraccopoli per rivendicare i propri diritti alla terra e alla casa. 

Eccoci qui, ad anni di distanza, a prendere atto di un'alternativa urbana che lentamente si sta affermando, con grandi difficoltà, ma anche con solida speranza. Mi sono sempre domandato come mai far funzionare qualsiasi progetto qui sia un'impresa. Col passare degli anni ho capito che tutto concorre a dividere la gente ed a creare conflitti: l'economia di sopravvivenza, la lotta per le scarse risorse accessibili, la politica che si basa sulle identità e appartenenze etniche, il modello capitalistico a cui fa comodo avere un eccesso di manodopera disponibile a basso costo, la violenza diffusa ed anche la religione. Di fatto, quello delle baraccopoli è un sistema arduo da scardinare: ogni mese milioni di Euro escono da questi insediamenti per arricchire investitori senza volto. 

L'economia del “piccolo” è la più costosa per la gente ed ha i margini di profitto più grandi, che diventano cifre enormi sommando le spese di 2 milioni e mezzo di baraccati. Per esempio l'acqua, che viene comprata a taniche di 20 litri, per pochi centesimi. Ma a parità di quantità, i poveri la pagano dalle 5 alle 10 volte di più dei benestanti che la ricevono in casa dal rubinetto. E lo stesso vale per tutti i beni di prima necessità, che i poveri comprano in piccolissime quantità per una manciata di centesimi. Poi ci sono gli affitti, con l'80% dei residenti che non possiedono nemmeno la baracca in cui vivono. 

Con una grande concentrazione di popolazione e scarsità di attività produttive, la gente sopravvive di piccolo commercio e servizi improvvisati: scuole, farmacie, gruppi di raccolta di rifiuti, parrucchiere, chioschi di ristorazione e così via. I più intrapredenti mettono su microprogetti di sviluppo o chiese in modo da raccogliere fondi e inventare posti di lavoro. Ricordo lo stupore e smarrimento della gente quando ci si rese conto – dopo l'eserczio di mappatura – che in queste baraccopoli ci sono più chiese che lattrine (più di mille abitanti per lattrina). Il bisogno di trovare un senso ed un orizzonte della vita è molto forte, così come il bisogno di spiritualità. Ma che relazione c'è, in una simile situazione, tra religione e responsabilità sociale? Putroppo, questa popolazione è sempre pù esclusa dal sistema economico e molti non tornano più utili nemmeno per lo sfruttamento 

“E' un sogno che sta diventando realtà – mi dice Waweru – ma non è stato facile convincere i residenti a prendersi il rschio di lottare per la propria dignità. Perché c'è il rischio di indebitarsi nello sforzo di autocostruzione; la possibilità che l'aiuto reciproco non sia sufficiente e che la democrazia diretta nell'insediamento venga manipolata o crei conflitti”. Gli abitanti di Ghetto hanno vinto queste paure e stanno realizzando il loro sogno di un quartiere alternativo, con servizi igienici, acqua potabile, elettricità e la possibilità di mantenere le piccole attività economiche che li sostengono 

A sostegno di queste alternative, l'istituto del Social Ministry da due anni ha portato l'università in baraccopoli. La chiave del cambiamento, infatti, sta innanzitutto nel risvegliare le coscienze e la consapevolezza critica della realtà. Non che i corsi e le iniziative educative manchino nelle baraccopoli. Anzi, la gente accumula certificati su certificati di partecipazione a corsi e laboratori vari offerti da organizzazioni non governative. Ma questi non sono titoli riconosciuti che offrano nuove opportunità di lavoro e di cambiamento. E poi non portano ad organizzare la comunità per far emergere una trasformazione sociale. 

Il programma del social ministry, un diploma universitario per educatori civici e allo sviluppo di comunità, viene chiamato popolarmente University Mtaani, cioè l'università in baraccopoli. Questo perché rende accessibile l'università agli abitanti degli insediamenti informali nei loro stessi quartieri; sviluppa ricerca e saperi a partire dalla prospettiva, problemi e aspirazioni della gente; e si impegna nel servizio della comunità. Il programma, infatti, prevede una servizio educativo continuo degli studenti nel loro vicinato. Così ciò che imparano nel corso viene immediatamente condiviso con gli altri residenti, che poi aiutano ad organizzarsi e a praticare una cittadinanza attiva. L'anno scorso, per esempio, queste comunità si sono organizzate per partecipare al processo di elaborazione della politica nazionale di riqualificazione e prevenzione degli insediamenti informali. Il loro conributo è stato accolto ed integrato nel documento finale presentato al governo dalla commisione nazionale incaricata. 

Questo ha rinfrancato e galvanizzato i gruppi che si sono impegnati in questa lotta. Certo, l'opinione corrente è che scardinare il sistema che esclude i più dall'accesso a una vita dignitosa è impossibile, ma se ci crediamo veramente e siamo pronti a pagarne il prezzo... i miracoli accadono veramente. University Mtaani non è passata inosservata al governo della contea di Nairobi, impegnato a trovare soluzioni per facilitare la partecipazione popolare nel sistema di devolution introdotto dalla nuova Costituzione. In due anni i 34 studenti che si sono qualificati come educatori comunitari hanno sostenuto – senza bisogno di alcun finanziamento – 189 laboratori di formazione civica nelle baraccopoli, raggiungendo 4.311 partecipanti; e 17 forum popolari per la discussione pubblica dei problemi degli insediamenti informali e delle possibilità di partecipazione popolare per trovare ed attuare delle soluzioni.

 Il governatore di Nairobi recentemente ha voluto visitare questa realtà e lanciare ufficialmente University Mtaani nella contea. Il sogno cresce: estendere la partecipazione popolare per la trasformazione delle baraccopoli in tutta la contea attraverso la crescita di un movimento popolare dagli insediamenti informali, capace di interagire costruttivamente con le autorità civili e politiche rivendicando i propri diritti e doveri.

fr. Alberto Parise

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