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FEBBRAIO 2010 - L'amore che guarisce

padre Domenico Guarino

L'amore che guarisce

 
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Ogni individuo ha diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione..." (Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, 10 dicembre 1948. Art. 25)
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Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro" (Luca 6,31)

 
Con frequenza sperimentiamo rabbia e impotenza davanti alle situazioni di ingiustizia e di dolore che vivono tantissime persone. Il più delle volte la stessa realtà ci appare così difficile da cambiare, che non riusciamo ad accorgerci che il maggior ostacolo a questi cambi, non è tanto la complessità dei problemi, quanto gli interessi dei gruppi finanziari. Questi hanno dimostrato la sorprendente capacità di assimilare e neutralizzare ogni proposta capace di mettere in discussione il sistema; anzi, utilizzano la solidarietà e il volontariato come oggetto di consumo, sfruttando gli aspetti emozionali delle persone.

 

Napoli è una città che ripetutamente compare nelle prime pagine dei giornali per le sue "disgrazie" pubblicizzate, non per cercare una soluzione giusta, reale ed effettiva, ma per mettere in risalto la "bonta interessata" di coloro che vivono di queste disgrazie. Chi conosce questa città solo attraverso i telegiornali, corre il rischio di mettere sullo stesso piano l'incapacità di governare dei politici, la gente e i vari comitati, gruppi e associazioni presenti sul territorio, che partendo dalle necessità e dai bisogni quotidiani, sono solidali con chi soffre. E' la storia di Giuseppe, Nanà, Maria, Angela, Francesco, Rosaria, Gianni, Annamaria, Giulio, Rosetta, e di tante altre persone, che ogni mercoledì sera percorrono alcuni posti della città portando cibo e qualche indumento. Sono i luoghi scelti da Patrick, Grazia, Bernard, Pasquale, Monica, Alessandro, Aldo, Kamel e tantissimi altri, per trascorrere la notte. Sono i "senza fissa dimora", coloro che sono visti dalla gente come "vagabondi", "sporchi", "delinquenti", "ubriachi" o addirittura "pazzi". La storia che questo tipo di vita è frutto di una scelta, è solo una leggenda metropolitana che ha aumentato i nostri pregiudizi. La verità è altrove. E' nel loro sogno di avere una via di fuga da una vita di stenti ed esclusione sociale forzata, derivanti nella maggior parte dei casi dalla perdita di lavoro e affetti o da uno sfratto improvviso. Il numero cresce giorno dopo giorno e diventa sempre più difficile veder riconosciuti i loro più elementari diritti come persona garantiti dalla costituzione. Sono le persone "cadute nelle mani dei "briganti", derubate, percosse a sangue e lasciate quasi morte" sul ciglio della strada; di loro si parla nella parabola del buon Samaritano raccontata da Gesù al maestro della legge e a quanti erano con lui (Luca 10,25-37).

Alcuni elementi di questa parabola possono aiutarci a comprendere meglio il nostro impegno:

  1. Il sacerdote e il levita dopo un primo contatto visivo, non si fermano non perché non fossero solidari o incapaci di avere compassione di chi soffre, ma perché schiavi di una legge che li rendeva impuri solo al pensare di avvicinarsi a chi giaceva mezzo morto ai bordi di una strada. La legge era più della loro capacità di scegliere tra il fermarsi o l'andare oltre. Molte persone oggi evitano il contatto visivo con chi passa la notte sotto una galleria, sotto i portali di alcune chiese o edifici pubblici, non perché cattive o poco solidali, ma forse perché fin troppo prese dai propri bisogni. Non riescono a vedere oltre la propria vita e per lo stesso motivo, non riescono nemmeno a fermarsi davanti alle necessità e alla sofferenza altrui.

  2. Il samaritano, esempio di solidarietà, prima di tutto sente "compassione" (soffre con), una sensazione indispensabile per avvicinarsi a chi soffre. La sua compassione nasce dal tenere gli occhi ben aperti per vedere nel volto di quell'uomo il volto di Dio. Tutte le società rendono visibili certe persone e ne fanno scomparire altre. Nella nostra società sono molto visibili i politici insieme alle star del cinema, i cantanti, i calciatori, ma rendiamo invisibili i poveri che hanno anch'essi un volto e un nome. Nemmeno gli immigrati illegali possono permettersi visibilità: se non hanno i documenti a posto, devono cercare di non dare nell’occhio. Devono apprendere l’arte di mimetizzarsi.

  3. Il samaritano è capace di bendare le ferite. Nell'incontro con le persone che soffrono è chiaro che il dolore bisogna fermarlo. La vita è un dono meravigliso e prezioso che va difeso. E' la pratica dell'amore che diventa realtà attraverso azioni semplici e quotidiane capaci di dare vita. Questo non riguarda solo alcune ore del nostro tempo (una serata), ma uno stile di vita affiché nessuno possa dormire per strada.

  4. ... E poi lo porta a una locanda... una casa. La casa non diventa soltanto un posto per ricuperarsi, ma anche per riposare. Nella casa si ricostruiscono le relazioni, i bisogni fondamentali della persona sono garantiti. Il rapporto diventa diverso perché si cresce in umanità. Nella creazione di questi spazi vitali per i senza fissa dimora, è fondamentale l'impegno di tutti i cittadini. Non è un impegno che possiamo lasciare solo nelle mani delle istituzioni piubbliche o private (soprattutto religiose). Tutti abbiamo una responsabilità personale e collettiva.

  5. Il testo del "Buon Samaritano evidenzia una grandissima verità: la nostra appartenenza a Dio la decide il nostro amore per il prossimo, il vero tempio di Dio. La curiosità del maestro della legge che chiede a Gesù "E chi è il mio prossimo?", è ben presto risolta: non si tratta di sapere chi è il mio prossimo, ma come io posso farmi prossimo-vicino, soprattutto di chi soffre. Ancora una volta è l'invito a uscire da se stessi e andare verso chi ha bisogno. Nella misura in cui saremo capaci di "far abitare l'altro con tutto il suo dolore dentro il nostro corpo", scopriremo il senso profondo della nostra vita.

Nel percorso del mercoledì sera, la storia comincia tra persone che escono per strada e persone incontrate sulla strada, ma alla fine diventa la storia di esseri umani che si incontrano. E' l'incontro con Maria Pia, Luca, Luigi, Nunzia, Filomena... Persone che hanno un nome, ma anche dei diritti che spesso abbiamo messo da parte e che dobbiamo aiutarli a ricuperare. A volte, quando Helder Camara (vescovo brasiliano) veniva a sapere che un poveraccio era stato preso dalla polizia, faceva una telefonata al commissariato e diceva: "Ho saputo che avete arrestato mio fratello". Subito la polizia si profondeva in scuse: "Che terribile errore, eccellenza! Non sapevamo che fosse suo fratello. Lo rilasceremo immediatamente!". E quando l’arcivescovo andava alla stazione di polizia a prendere quella persona, i poliziotti gli dicevano: "Ma, eccellenza, quest’uomo non ha lo stesso suo cognome". Allora Camara rispondeva che ogni povero era suo fratello e sua sorella.

Il cammino della solidarietà autentica non finisce con il dare un pasto caldo o un maglione a chi ha fatto della strada (non per scelta) la sua dimora, ma con l'impegno di eliminare le cause del problema. “…Un giorno dovremo arrivare a capire che bisogna trasformare l’intera strada per Gerico, in modo che gli uomini e le donne non continuino ad essere picchiati e rapinati mentre sono in viaggio sulla strada della vita. La vera compassione non si limita a gettare una moneta al mendicante, ma arriva a capire che, se produce mendicanti, un edificio ha bisogno di una ristrutturazione”. (Martin Luther King)


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