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Maggio 2006

Il nostro interesse comune
“Quando Dio immaginò il mondo, volle che in esso le cose diverse fossero tante quante le stelle del cielo. Quando creò l’Africa, di tutte queste cose differenti, non ne volle dimenticare nessuna” : è il ritornello di un canto senegalese ed esprime bene quella che è la realtà dell’Africa.
 

Il 25 maggio è la giornata dell’Africa, dichiarata dall’OUA (Organizzazione dell’Unità Africana) nel 1963 ad Addis Abeba. Di questo continente, conosciamo poco e in genere solo i gravi problemi. Ci viene difficile immaginare le ricchezze della cultura africana, le storie delle varie popolazioni, l’attaccamento alla vita che sta alla base del rispetto verso tutto ciò che vive, la forza delle comunità e delle reti sociali.

Un rapporto sull’Africa della Commission for Africa, pubblicato nel 2005, è stato intitolato “il nostro interesse comune”, sembra quasi impossibile pensare che l’Africa e gli Africani ci interessino o abbiano qualcosa in comune con noi.
Anche il Papa, Benedetto XVI, in uno dei suoi discorsi ci ricorda:”Oggi abbiamo una particolare responsabilità verso l’Africa…un continente di grandissima potenzialità, di grandissima generosità da parte della gente, con una fede viva che impressiona. Dobbiamo confessare che l’Europa ha esportato non solo la fede in Cristo, ma anche tutti i vizi del Vecchio Continente: corruzione e violenze….ancora si fa commercio di armi. C’è lo sfruttamento di tesori di questa terra”.

L’Africa non è povera, ma impoverita. Terra ricca di risorse e di materie prime dove si muore di fame e di sete; quest’anno per la grave siccità che ha colpito alcuni Paesi, in Africa si è cominciato a morire di sete.. Il contrasto tra la vita nei paesi ricchi e i poveri dell’Africa è il più grande scandalo dei nostri tempi. E mentre facciamo celebrazioni e commemorazioni per i grandi scandali del passato, continuiamo a mantenere un sistema che uccide milioni di africani, con l’indifferenza più assoluta e spesso con la nostra complicità. Nei prossimi anni, le generazioni future guarderanno indietro e chiederanno: “Come ha potuto il nostro mondo sapere tutto ciò e non aver fatto niente?”

Tra le tante cose che devono cambiare, prima tra tutte il nostro modo di pensare e vedere l’Africa, è la modalità di aiuto che per troppo tempo ha riflesso le idee e le priorità dei paesi donatori, non i bisogni dell’Africa.

Molto deve essere fatto per liberare i paesi africani dal peso intollerabile del debito che ricade sui più poveri; i vecchi debiti vanno cancellati tenendo conto di quanto l’Africa ha già pagato in sfruttamento, guerre, schiavitù,ecc.

Ascoltare quello che l’Africa ha da dirci significherebbe aprirsi alle grandi ricchezze e potenzialità di questi popoli, imparare a lottare e sperare. Si, a sperare nonostante tutto, perché nonostante le migliaia di persone morte per fame, per sete e per guerre , nonostante un’economia al collasso, nonostante le epidemie e i disastri naturali, l’Africa ce la fa, L’Africa sta in piedi e continua a r-esistere e a vivere. Ecco perché è nostro comune interesse , perché lì dove sembra ci sia solo morte, sono presenti i segni del Risorto. Rimane a noi giovani imparare a vederli (anche tra i nostri fratelli e sorelle africani che incontriamo per le nostre strade) e fare la nostra parte per non soffocarli e perché davvero l’Africa possa vivere in pienezza.


VIVI DA RISORTO! La croce fiorita. 
Lc 24,36-42

Vivere da risorti vuol dire anche saper superare la morte, costruendo con la Vita il Regno di Dio.

La croce fiorita.

I discepoli riuniti ancora una volta fanno l’esperienza della presenza viva di Gesù. Alla paura, allo stupore e alla loro incredulità, il Risorto oppone due gesti molto significativi.

“Guardate le mie mani ed i miei piedi: sono proprio io”.

Gesù vuole fare capire ai discepoli che è davvero vivo e che è davvero lui e lo fa mostrando loro segni che ricordano la sua crocifissione, il suo dolore e la sua morte. Quei segni di morte che adesso diventano segni di vita, segni dell’autenticità della resurrezione. La croce fiorita.

Gesù è risorto solo perché ci sono stati quei segni. Quei fori hanno colpito le mani, i piedi ed il costato, parti del corpo colpite a chiunque fosse crocifisso, ma che noi possiamo leggere anche simbolicamente. I chiodi hanno colpito le mani, le stesse mani che hanno compiuto miracoli, che hanno consolato persone, che hanno accarezzato bambini, che hanno resuscitato morti, che hanno distrutto le strutture che manipolavano il tempio; quei chiodi hanno colpito quello che Gesù ha fatto. Hanno colpito anche i piedi, gli stessi piedi che hanno percorso in lungo e in largo Gerusalemme, ma soprattutto la Galilea, che hanno condotto Gesù ed i suoi discepoli nelle case dei poveri, degli emarginati, dei peccatori che avevano bisogno di uno stimolo per convertirsi; quei chiodi hanno colpito il cammino fatto da Gesù, i luoghi privilegiati della sua presenza. Hanno colpito anche il costato, quel punto in cui si nasconde il cuore, simbolo da sempre dell’amore, che ricorda appunto il grande e folle amore di Gesù verso tutti/e, soprattutto verso chi non era amato; quei chiodi hanno colpito l’essenza di Gesù.

(Approfittiamo di questa lettura simbolica per chiederci cosa fanno le nostre mani, dove vanno i nostri piedi e a chi ama il nostro cuore).

Questi segni di morte Gesù non se li è portati tutta la vita; gli sono stati fatti alla fine, quando ha scelto comunque di essere fedele al Progetto del Padre, al Regno, anche a costo della propria vita. Gesù ha deciso di non tornare indietro rispetto a tutto quello che aveva detto e fatto e Dio Padre, resuscitandolo, ha confermato che tutto ciò era volontà sua e che compiendola fino in fondo si può avere la Vita e generare Vita. Non c’è altra via: alla Vita si arriva solo attraverso la fedeltà, che può passare anche attraverso la morte.

Siamo disposti anche noi a questa fedeltà?

La nuova società.

Morte e resurrezione di Gesù hanno un senso in funzione del Regno di Dio, che Gesù è venuto ad annunciare e a compiere.

“Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro”. Ricordiamo che i discepoli stavano condividendo le loro esperienze della Sua presenza, fatte “allo spezzare del pane” e si stavano ritrovando dopo essersi dispersi.

“Disse: avete qui qualche cosa da mangiare? Gli offrirono una porzione di pesce arrostito”. Ancora una volta la presenza del Risorto si manifesta a tavola, allo spezzar del pane.

A tavola Gesù aveva vissuto momenti importanti in cui aveva compiuto miracoli (come a Cana di Galilea), aveva spinto alla conversione (Zaccheo) e soprattutto ci aveva lasciato il gesto principale della sua presenza, nell’ultima cena.

A tavola troviamo la condivisione, la relazione con le altre persone e soprattutto la Sua presenza.

La tavola di Gesù è il simbolo della nuova società, del Regno di Dio. A tavola con Lui tutti sono invitati; nessuno è privilegiato, tutti sono uguali; tutti trovano soddisfatte le loro necessità; c’è giustizia; la logica del profitto e del successo lascia posto alla logica del servizio, del benestare e della dignità di tutti. C’è la Sua presenza (via, verità e vita) che dà forza e spinge a costruire il Regno di Dio, invitando tutti a sedersi insieme a noi, con Lui. Alla tavola di Gesù nasce la nostra missione, il nostro compito di riunire tutte le donne ed uomini allo stesso tavolo, intorno alla stessa brace, dove c’è “vita e vita in abbondanza”.

Ci siamo già arrivati a questa tavola? Ci stiamo andando? O ci stiamo portando altri che ne erano ancora lontani?

Tavoli brasiliani.

Mi permetto di ricordare alcuni tavoli intorno a cui mi sono riunito spesso e che davvero mi hanno lasciato l’impressione di essere Tavoli del Regno.

Il primo è il tavolo delle riunioni della coordinazione del Forum “Reage Espírito Santo”, un forum nato per contrastare la violenza e l’impunità nello Stato di Espírito Santo. Intorno a questo tavolo ci siamo ritrovati io, Marta (segretaria del Centro di Difesa dei Diritti Umani), Agesandro (presidente dell’Ordine degli avvocati), Isaias (coordinatore del movimento negro), mons. Silvestre (arcivescovo di Vitória), pastore Norberto (presidente del consiglio delle chiese cristiane), Claudio (deputato statale), Iriny (deputata federale). Cristiani, atei, negri, bianchi, alcuni minacciati di morte. Tutti uniti dalla volontà di organizzare la società per protestare contro la corruzione, la violenza e l’impunità. A questo tavolo sono nate le iniziative che hanno portato parecchie persone in prigione e al rinnovo del parlamento di Espírito Santo, una volta simbolo per eccellenza di corruzione e adesso aperto alla popolazione ed attento ai suoi problemi.

Il secondo è il tavolo delle riunioni del movimento per la pace in Serra. Serra è la città in cui viviamo e da 4 anni vanta il triste primato di città più violenta del Brasile in numero di omicidi. Intorno a questo tavolo ci siamo trovati spesso io, Marta, Joaquim (parroco di Carapina), Cleufas (pastore della chiesa Deus è Amor), Adayr (pastore della chiesa Metodista), pai Rogerio (sacerdote del candomblè), Tião, Valmecir e Laurinete (presidenti di associazione di quartiere), Edson (coordinatore di un progetto sociale) e tanti/e altri/e, tutti riuniti dalla volontà di ridurre la violenza in città non con la repressione, ma con l’educazione e la soprattutto con la denuncia e soluzione dei grandi problemi sociali che la città vive.

Questi sono i tavoli in cui la morte diventa vita, trasformata dalla forza di Dio e dai passi di coloro che seguono Gesù.

Infine voglio ricordare le braci della spiaggia di Capuba, dove ci ritroviamo ogni tanto noi del Centro di Difesa dei Diritti Umani, nelle notti di luna piena, per pregare un po’, per stare insieme, mangiarci un pesce arrostito sulla brace, per gustarci il paesaggio della spiaggia, della luna e del suo riflesso sull’acqua del mare. A questa tavola celebriamo la vita e la bellezza dell’amore, del sentirsi amati, in sintonia con Dio, con gli/le altri/e e con la natura. E sentiamo, in quel momento, che Dio è con noi e con Lui stiamo camminando per far fare la stessa esperienza di Vita Piena ad ogni essere umano.

fr. Fabio

Jean Vanier: un salvatore piccole e umile

Jean Vanier, oggi ha 78 anni, figlio del Governatore Generale del Canada è stato ufficiale della Marina canadese. Nel 1950 decide di studiare filosofia e lascia la Marina per vivere in una comunità cristiana vicino Parigi. Prende il dottorato in filosofia all’Istituto Cattolico di Parigi e inizia la carriera come professore all’università di Toronto. Jean da 33 anni dedica la vita all'assistenza di uomini e donne portatori di handicap mentale, provenienti da ospedali psichiatrici, da istituti e dalla strada. Nel 1964 fonda la Comunità dell’Arca (Arche) accogliendo due persone handicappate mentali in una piccola casetta malandata a Trosly-Breuil (Francia), li fa partecipi della conduzione della casa e soprattutto dedica loro tempo per ascoltarli e ricevere le loro emozioni.. Lasciò perdere gli onori che il mondo gli prometteva e scelse di stare con quelli che non hanno nulla da offrire se non la propria sofferenza e un’umanità repressa, e insieme a loro anno dopo anno costruisce la sua vita. "Quando sono venuto a Trosly-Breuil, questo piccolo villaggio a nord di Parigi, ho raccolto Raphael e Philippe. Li ho invitati a venire con me a causa di Gesù e del Vangelo. E' così che l'Arca fu fondata. Tirandoli fuori da un asilo, sapevo che era per tutta la vita [...] Il mio scopo, creando l'Arca, era di fondare una famiglia, una comunità per e con quelli che sono deboli e poveri a causa di un handicap mentale e che si sentono soli e abbandonati." Jean nutriva già in sé i germi di una vocazione che attingeva direttamente all’insegnamento del Vangelo e a una profonda fede, viene scosso ancor più nel profondo quando dietro l’immobilità di Fhilippe e Raphael, scopre una carica di vitalità e un bisogno di comunicare che lo commuovono, gli sguardi miti che rivelano un desiderio inespresso di amicizia e di affetto.

La Comunità si è sviluppata ed è cresciuta,e da essa altri “focolari” dell’Arca sono stati aperti in 30 paesi nel mondo.

"Accogliere non è per prima cosa aprire la porta della propria casa, ma aprire le porte del proprio cuore e perciò diventare vulnerabili. E’ prendere l’altro all’interno di se, anche se è sempre un rischio che disturba e toglie sicurezza: è preoccuparsi di lui, essere attenti, aiutarlo a trovare il suo posto...DARE LA VITA significa essere colmi di sacro stupore e di profondo rispetto davanti al mistero della persona; significa vedere al di là di tutto quello che è spezzato... Ciò che conta è l’incontro con le persone, l’ascolto, la condivisione; tutto ciò, insomma, che si chiama misericordia: dare la libertà alle persone grazie alla qualità del nostro ascolto e della nostra attenzione, far loro sentire che sono importanti.... E così che si diventa uomini di pace, operatori di pace."

Dal 1971, accanto alla comunità dell’Arca, con Marie Helene Mathieu, fonda “Fede e Luce”, un movimento che accoglie persone con un Handicap , i loro familiari ed amici. Si ritrovano regolarmente, per scambiarsi esperienze, mettere in comune sofferenze e gioie,per celebrare e pregare insieme. La comunità per Vanier è l’antidoto alla solitudine del mondo, «il luogo del perdono e della festa», come titola un suo libro. Attualmente ce ne sono più di 1000 nel mondo, circa 65 in Italia..

“Per me Gesù è Colui che si fa piccolo, è il Dio che diviene piccolo, che si nasconde nel povero, nell'umile, nel debole, nel moribondo, nell'ammalato; Gesù si è inginocchiato davanti ai suoi discepoli, ha lavato i piedi a loro dicendo: «occorre che vi dia un esempio: perché voi facciate quello che io faccio». Dunque, io credo che il mondo attende un salvatore piccolo e umile che venga per dare l'amore.”

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