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Novembre 2004

Vita: dono e responsabilità
Ciao a tutti e tutte! Come va?
Allora… vita piena!!!
Queste parole ci hanno accompagnato durante il nostro viaggio come carovanieri in varie città italiane. E ora questa stessa sfida la raccoglie e la porta avanti il GIM e quanti credono che la vita possa veramente vincere su tutti i segni di morte che ogni giorno ci bombardano. Parlando di vita, in maniera particolare in questo mese di novembre, tradizionalmente dedicato a quelle persone che non sono più tra noi, un’immagine ci viene in mente. È l’Albero della vita, una scultura africana particolare, in cui si vedono delle persone, in piedi che sostengono altre persone, le une sopra le altre. Come immagine è molto significativa e il messaggio chiaro: nessuno vive da solo, ma ciascuno arriva da una storia che ci responsabilizza.


La vita, tanto cara a ciascuno e ciascuna, ci è stata trasmessa come dono e responsabilità. Come dono dobbiamo continuamente essere grati a coloro che ce l’hanno donata; come responsabilità dobbiamo continuamente chiederci cosa ne stiamo facendo. Queste sono due condizioni essenziali affinché la vita continui. Essenziale per te innanzitutto: la vita che tieni a denti stretti, che hai paura di donare diventa morte; mentre la vita che tu doni, che fai diventare bella perché impegnata, allora sboccia e diviene sorgente di vita. Hai presente la Samaritana al pozzo con Gesù? Lo è poi per le persone che ti stanno accanto: hai mai fatto caso a quanto contagiosa sia la vita? Prova a guardarti attorno e te ne accorgerai.

Ma lo è anche per quelli che ci hanno lasciato e di cui dobbiamo mantenere vivo il ricordo. Sempre da alcune tradizioni africane impariamo che i morti non scompaiono dalla nostra vita, vanno ad abitare nel villaggio degli antenati. Dipende però da noi che il loro ricordo e quindi la loro stessa esistenza nell’al di là duri. Sono tanti gli insegnamenti che portiamo nel cuore e che rendono vive le persone che ci hanno lasciato.

A questo punto ci viene alla mente un’altra immagine. Il mese scorso le nostre televisioni hanno trasmesso le immagini del rimpatrio degli immigrati: appena sbarcati, veniva loro assicurato un aiuto “umanitario” e poi rispediti a casa in aereo. Avete visto le loro mani? Com’erano? Strette da fascette di plastica, ammanettati. Come potranno queste mani corrispondere al dono ricevuto dai loro antenati? Come potranno trasmettere a loro volta la vita, se nessuno da loro lo spazio per vivere?

Ricordiamoci sempre che o sarà vita piena per tutti o non lo sarà per nessuno: qualcuno si troverà la morte continuamente a fianco, altri avranno soltanto l’illusione di vivere. Noi da che parte stiamo?

Ciao e buona vita per tutti!!!

P. MANUEL E P. ROBERTO

Missione come festa: abbondanza di vita

Gv 2,1-11

Ogni qualvolta siamo invitati a nozze la nostra curiosità più grande è quella di vedere la sposa. Di solito non è difficile riconoscerla nel suo appariscente vestito che indossa per l’occasione. È lei, al centro di tutto, è lei con il suo sposo ad attirare gli sguardi di tutti. Una cosa che mi ha sempre impressionato nel racconto di Cana è che c’è un accenno indiretto agli sposi e solo attraverso lo sposo. Per Giovanni è supposto che ci siano. La sua cinepresa non riprende la cerimonia del matrimonio ma posa su alcuni dettagli alquanto curiosi. Lo sposalizio viene celebrato “tre giorni dopo”. Giovanni che fin dal primo capitolo fa la cronaca uno ad uno dei primi quattro giorni della vita pubblica di Gesù, all’improvviso fa un balzo di tre giorni. Come mai questo intervallo? Forse vuole dirci che dopo l’esordio della chiamata alla sequela di Gesù dei primi giorni ciò che conta è imparare ad attendere senza pretendere. In effetti tutta la vita alla sequela di Gesù si può riassumere in una grande attesa della Sua grande promessa. Il giorno delle nozze non è altro che la realizzazione di un grande sogno. La sposa e lo sposo desiderano ardentemente questo giorno fin dal giorno in cui si accorgono di essere fatti l’uno per l’altro, di ritrovarsi nella gioia vera e intramontabile di vivere insieme.

La prima persona ad apparire in questo brano è lei “la madre di Gesù”. Maria non è invitata come al contrario lo è Gesù con i suoi discepoli, ma è presente quasi come per dire che senza di lei la festa non è possibile. Qui in Africa, la buona riuscita di una festa è dovuta specialmente al genio femminile.

In Karamoja non ci può essere né festa né matrimonio senza birra locale che viene esclusivamente preparata dalla donna. Cosa sarà successo a Cana? Solitamente il vino, o meglio la birra locale qui in Africa, insomma l’elemento che porta gioia è quello che non manca mai specialmente nei matrimoni. Come mai a Cana è proprio ciò che viene a mancare? Non è che per caso il Vangelo accenni ad un imprevisto del quale siamo tutti quanti un po’ responsabili? Forse Cana è il simbolo del matrimonio che Cristo ha suggellato con noi umanità. Parlare di Cana è parlare della gioia, della felicità della vita nuova che Dio offre attraverso Gesù Cristo per tutta l’umanità, di tutti i luoghi e di tutti i tempi perché è lui la gioia vera. Cana si presenta la più grossa sfida missionaria presente nel Vangelo. Il vino finisce perché i preparativi vengono fatti a tavolino, all’interno dei legami di parentela, di amicizia e clanici. Ma dove è invitato Cristo Dio vuole che nessuno venga escluso. La sua gioia è per tutti. Noi Cristiani che già partecipiamo alla sua gioia siamo chiamati a non stancarci a condividere con tutti il dono che abbiamo ricevuto. Come arrivare a questo? Come far diventare realtà il sogno di Dio che la gioia della sua vita nuova arrivi a tutti? Quale missione ci è chiesta a Cana? La protagonista è la madre di Gesù; è lei che ci insegna la metodologia missionaria più idonea a garantire il successo della festa. Innanzitutto è capace di guardare oltre se stessa e di vedere e accorgersi che “non c’è più vino”. Sono ancora troppi gli uomini che oggi ancora non conoscono Cristo. Quanti fallimenti nella gioia surrogata della nostra società che non sa più dove è Cana. Eppure missione è credere che noi possiamo diventare strumento e veicolo della gioia autentica che non ci lascia mai. Maria sa dove è la sorgente della gioia vera e va da Gesù. La gioia vera però non è venduta a basso prezzo o con offerte speciali come al supermercato. Il suo VINO Maria lo ottiene dopo una grande lotta che la fa crescere nella fede in suo figlio. Le cose di Dio proprio perché sono di valore altissimo devono essere conquistate con il sudore del cuore.

La vita cristiana è continuamente tappezzata di croci e difficoltà non perché Dio è masochista ma perché deve avvenire in noi una maturazione nella fede. Dobbiamo arrivare a credere che solo lui è la nostra gioia. Cristo ci ha comprati a caro prezzo perché ciascuno di noi è un valore infinito. Essere apostrofata “Donna” in quell’occasione per Maria voleva dire un secco e duro rifiuto che sfiorava l’insulto. Ma siccome non è solo donna ma è anche madre lei accetta di essere vagliata nella fede e solo così osa andare oltre.

Ciò che le sta a cuore è il vino nuovo per l’umanità e forza Gesù a liberare la gioia della vita nuova del suo Regno. Gesù cede perché si trova davanti finalmente una donna capace di resistere, di lottare, di non arrendersi alla prima difficoltà. È solo così che si conquista a poco a poco la grande Festa del Regno. “Fate quello che vi dirà” è la collaborazione successiva richiesta. Non è un cieco obbedire ad un comando ma è un imparare a fidarsi.

S. Daniele Comboni pioniere della missione dice che se si fidasse di se stesso sarebbe il più grosso asino di questo mondo. Fidarsi di Dio significa credere che le contraddizioni e le tragedie dell’umanità verranno un giorno superate nella pace e nella gioia del Regno. Fidarsi di Dio significa iniziare a compromettersi coinvolgendosi di persona nell’unica missione di Cristo.

Fidarsi di Dio è credere che la fatica di riempire le sette giare fino all’orlo verrà appagata con la gioia infinita di Cristo.

Qui in Karamoja un giovane che vuole sposarsi deve essere capace di racimolare anche fino a 100 mucche che darà come dote alla famiglia della sposa. Se da suo padre e dai suoi zii non le trova perché intendono prendersi altre mogli con il bestiame che hanno, il giovane ha due alternative: o convivere con la donna e piano piano lungo gli anni compensare i genitori della sua futura moglie con il rischio che i genitori vengano a prendersi la figlia e i nipotini nel frattempo nati, altrimenti non gli resta che andare a razziare il bestiame con il rischio di perdere la vita. È purtroppo quello che è successo anche la settimana scorsa. Eppure la festa di Cana è anche per questo popolo. Come faremo a far capire loro che c’è un’altra prova che ci attende, quella che ci schiude la gioia vera? Non sarà certo la forza della convinzione. Senza prova e senza una fiducia illimitata in Dio il nostro vino si esaurisce subito insieme ai nostri entusiasmi e la nostra gioia finisce per lasciare un vuoto incolmabile nel nostro cuore. Accetteremo la sfida quotidiana di essere messi alla prova per inebriare il mondo di oggi della gioia della vita nuova di Cristo?  Forse ne vale la pena tentare.

Damiano

Un donna che ha difeso e generato vita

Annalena Tonelli, volontaria, missionaria laica, nacque a Forlì il 2 Aprile 1943, si laureò in Legge per accontentare i genitori, ma fin da bambina voleva fare qualcosa per gli altri. Voleva andare in India, contro la volontà dei genitori; non essendoci riuscita andò in Africa come insegnante, in Kenya. Da lì venne cacciata, dopo aver denunciato le stragi dei militari governativi sui civili. È andata poi in Somalia, nel nord-est, a Borama, dove si è occupata di medicina, ideando un metodo per curare la tubercolosi. Cattolica in un paese di musulmani, ha fondato un ospedale con 200 posti per la cura di questa malattia. Oltre all’ospedale ha aperto centri di formazione di vario genere e ambulatori per sieropositivi. È stata minacciata, ma la sua fede incrollabile in Dio e negli uomini le ha impedito di avere paura. Sapeva a cosa sarebbe andata incontro, ma non se ne preoccupava. È stata uccisa da sconosciuti nel suo ospedale, il 5 ottobre 2003.

Annalena scelse di essere per gli altri: i poveri, i sofferenti, gli abbandonati, i non amati. Voleva seguire solo Gesù Cristo. Null'altro le interessava così fortemente: LUI e i poveri in LUI. Per LUI fece una scelta di povertà radicale. Visse senza la sicurezza di un ordine religioso, senza appartenere a nessuna organizzazione, senza uno stipendio. Non sposata per scelta voleva essere tutta per DIO.

“Tutto mi era contro allora. Ero giovane e dunque non degna né di ascolto né di rispetto. Ero bianca e dunque disprezzata da quella razza che si considera superiore a tutti: bianchi, neri. gialli appartenenti a qualsiasi nazionalità che non sia la loro. Ero cristiana e dunque disprezzata, rifiutata, temuta. Tutti allora erano convinti che io fossi andata a Wajir per fare proseliti. E poi non ero sposata, un assurdo in quel mondo in cui il celibato non esiste e non è un valore per nessuno, anzi è un non valore.“

Partì decisa a gridare il Vangelo con la vita sulla scia di Charles de Foucauld con una passione invincibile da sempre per l'uomo ferito e diminuito senza averlo meritato al di là della razza, della cultura e della fede.

Si dedicò per alcuni anni all’insegnamento, ma il suo primo amore furono i tubercolosi, la gente più abbandonata, più respinta, più rifiutata in quel mondo… “Ero a Wajir, un villaggio desolato nel cuore del deserto del Nord-Est del Kenya, quando conobbi i primi tubercolosi e mi innamorai di loro e fu amore per la vita. I malati di tubercolosi erano in un reparto da disperati. Quello che più spaccava il cuore era il loro abbandono, la loro sofferenza senza nessun tipo di conforto”.

“Con due infermiere-ostetriche nel mio staff e responsabili, portai avanti una grossa campagna per l'eradicazione delle mutilazioni genitali femminili e dell'infibulazione che in Somalia sono praticate al 100%”.

Difficile era il rapporto con i mussulmani; ma dopo aver rischiato la vita ha ricevuto la stima di chi le stava attorno. Il primo fu un vecchio capo che le voleva molto bene ... "Noi Mussulmani abbiamo la fede",le disse un giorno,"e voi avete l'amore".

Due sono stati i cardini del suo vivere: lavorare per l’unità delle persone e vivere con amore.

“Questo dell'UT UNUM SINT è stata ed è l'agonia amorosa della mia vita, lo struggimento del mio essere. E' una vita che combatto e mi struggo, come diceva Gandhi, mio grande maestro assieme a Vinoba, dopo Gesù Cristo, che combatto, io povera cosa, per essere buona, veritiera, non violenta nei pensieri, nella parola, nell'azione. Ed è una vita che combatto perché gli uomini siano una cosa sola.”

“La vita ha senso solo se si ama. Nulla ha senso al di fuori dell'amore. La mia vita ha conosciuto tanti e poi tanti pericoli, ho rischiato la morte tante e poi tante volte. Sono stata per anni nel mezzo della guerra. Ho esperimentato nella carne dei miei, di quelli che amavo, e dunque nella mia carne, la cattiveria dell'uomo, la sua perversità, la sua crudeltà, la sua iniquità. E ne sono uscita con una convinzione incrollabile che ciò che conta è solo amare. Se anche DIO non ci fosse, solo l'amore ha un senso, solo l'amore libera l'uomo da tutto ciò che lo rende schiavo, in particolare solo l'amore fa respirare, crescere, fiorire, solo l'amore fa sì che noi non abbiamo più paura di nulla, che noi porgiamo la guancia ancora non ferita allo scherno e alla battitura di chi ci colpisce perché non sa quello che fa, che noi rischiamo la vita per i nostri amici, che tutto crediamo, tutto sopportiamo, tutto speriamo...”

Dai Somali ha imparato il valore della condivisione, attraverso il valore della famiglia allargata ” TUTTO viene condiviso. La porta è sempre spalancata ad accogliere fino al più lontano membro del clan. La mensa è sempre condivisa. Quello che è stato preparato per dieci, sarà condiviso con chiunque si presenterà alla porta con la massima naturalezza. Non ci sono e non ci saranno recriminazioni, lamenti, vittimismi. È la cosa più naturale del mondo condividere con i fratelli.”

Per approfondire:

http://www.internetica.it/recensione-Tonelli.htm

http://www.marbriella.it/comitato/annalena/copertina.html

e il libro: “Io sono nessuno” (ed. San Paolo, pagine 222)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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